Rubrica La Signorina Rottenmeir: Dacci il nostro spiegone quotidiano

“Ma lei pensa che un bracciante lucano, un pastore abruzzese e una casalinga di Treviso dopo una giornata di lavoro abbiano voglia di vedere questo suo bel film?”

In questa frase ( tratta da Sogni d’oro  di Nanni Moretti)   si possono trovare due mali della nostra società: La Sindrome Dello Spiegone  e il Populismo Paternalista.

Analizziamo bene cosa vuol dire questo modo di porsi (oggi forse un modo anche troppo educato in quanto i danni della democratizzazione del pensiero debole si son spinti ben oltre) che sembrerebbe prender le parti del Popolo, rivendicare un uso dell’arte più chiaro e limpido nei significati, affinché tutti possano giubilare di una rivelazione, dello svelamento di un mistero, oppure mostrare il trucco a un pubblico di bambini: non solo Dio è morto, l’amore è la condizione di vita degli scemi,  ma anche: l’arte non esiste.

Sicché si evincerebbe che una parte della critica, del mondo intellettuale e della borghesia, abbia realmente compiuto un passaggio rivoluzionario e sia approdata a una adesione assoluta con la Cultura Popolare. Da qui una profonda e giustificata auto critica al fine di abbandonare il grande inganno: L’arte Non Esiste. Oppure: tutto è arte.

Questo potrebbe esser recepito,  se non sapessimo in sostanza quale sarebbe la realtà delle cose e l’azione di certa borghesia, unita alla povertà disarmante di mezzi di un rinnovato sottoproletariato scolarizzato, ma in modo pessimo. Come vedrete è sempre una ragione di classe e di aperti conflitti/contraddizioni in essa e con le altre classi (e sotto classi).

In sostanza la frase condanna il Popolo a rimanere legato a un mondo di facile consumo/consumismo, all’immobilismo classista, ben lontano dal Mondo del Sapere.

La natura reale di questa frase è: “Non osate minimamente ad elevarvi, non permettetevi di scoprire che anche un proletario e un sottoproletario possano avere idee e impegnandosi, conquistare l’Arte e la Cultura. Sei nato per faticare, per darmi i beni necessari alla mia classe , e io ti do un minimo di svago. Questa cosa la chiamerò Cultura Popolare Massificata e Falsata”.

Questa è la base per il dialogo e il consenso con le fasce meno abbienti. Dall’altra parte, i figli della borghesia in crisi di idee,  si abbandonano a una mala interpretazione delle libertà individuali e della libertà di pensiero.

Cadute le ideologie non rimane che il singolo essere,  il quale non può permettersi (vista la precarietà del lavoro e dei sentimenti) di scoprire la propria vulnerabilità intellettuale. Per questo su Facebook troverete molti che usano delle formule di domanda retorica, nella quali sprezzante vittimismo e penoso egocentrismo vanno a braccetto: ” Posso dire, sono io oppure, sarò libero di…” A tutto questo dispiegamento di idiozia rispondo sempre: NO!

Non sei libero e non puoi perché non è un dato insindacabile e fuori da ogni critica: l’esser libero. Dovrebbe esser una conquista che si basa principalmente su responsabilità, scelta, studio. In particolare non avanzare a priori le nostre traballanti idee, e poi criticare o sistemare alla cazzo di cane quanto letto.

Il terrore assoluto è quindi il non esser in grado di comprendere. Ma questa cosa la sa soltanto il nostro Es, ed è una parte del problema. L’altra è la saccenteria di chi non sa ma esprime liberamente opinioni.

L’Opinione dovrebbe esser il mezzo e non il fine. Ai posteri dei nostri : “che palle”, ” ‘ na noia”, “‘na merda” e delle simpatiche bestemmie che fanno tanto giovane sbarazzino, ecco… NON FREGA UN CAZZO! 

Essa è la base per costruire uno studio serio, una documentazione sui temi, che ci porti a comprendere che l’arte non prevede lo spiegone, ma prevede che nel suo svelarsi tu possa beneficiarne e far tesoro di essa.

La malattia mentale dello spiegone dilaga e arriva fino al punto di definire “orribili” film che nella sostanza ti rispettano e ti dicono: “Sforzati di ragionare, riflettere, queste sono le informazioni che ti do. Poi arrivaci da solo. La strada non è facile e forse sbaglierai pure, ma in questa fatica troverai il modo per poter affermarti come uomo davvero libero. Lo sarai quando non avrai paura di dirti: sono ignorante e me ne vergogno. Non: sono ignorante e me ne vanto perché è cool! “

Certo l’uomo instabile di oggi non è preparato a questo rischio. Non sapendo se al suo ritorno troverà la sua donna, non sapendo se domani lavorerà ancora nella stessa ditta, ecco che pretende dal cinema ogni certezza. Totale,  cristallina,  pura. Senza contraddittorio, neppure (sopratutto) nei social network dove semmai si abbandona a scenate isteriche e risse verbali, ma con la rassicurante stabilità del video.

Il relativismo post-gusto fa il resto. Dal momento che non riconosco nessuna gerarchia di valori artistici, dal momento che non devo confrontarmi con nessun altro (a parte il mio splendido essere) perché devo avvicinarmi, comprendere, condividere, una visione anche per imparare dagli altri? Anche per mettere in crisi il mio sapere?

Quindi non sono i tre protagonisti della frase a esser bloccati definitivamente nel loro “non sapere” giusto, perché “popolare”, ma è la borghesia sconfitta dalla sua vittoria contro il movimento dei loro figli ribelli, che cerca di ristabilire l’ordine delle cose.

Il pressapochismo dilagante, le abitudini scambiate per solide tradizioni, la tranquillità che è indifferenza, sono la bandiera dei liberali scemi, spesso apolitici di destra. Per far in modo che la loro posizione socio-politica da parassiti resista, cosa possono fare? Oltre il controllo dei mezzi di produzione? Devastare quell’arma micidiale e potentissima che è la cultura.

Creandone (attraverso ridicoli revisionismi e paternalismo d’assalto) un surrogato di ignoranza con il vestito buono, dar l’idea alle masse che la loro natura di sottomessi (sopratutto dal punto di vista intellettuale)  sia una gran figata e perciò condannarli a quella pigrizia della mente che è il vessillo più prestigioso della borghesia gattopardiana versione dei poveri.

Ogni volta che chiedete uno spiegone o che l’arte si semplifichi per sollazzarvi, state mettendo in scena la vostra più rovinosa sconfitta e la più grave delle accuse: merito di non sapere, non immaginare, non confrontarmi, non RISCHIARE, e di stare in catene e in gabbie d’oro, ma pur sempre orribili gabbie e catene.

Quanto questo sistema di rapporto con l’arte (e le sue devianze di opinioni selvagge) sia legato al populismo in ambito politico, è chiaramente da dimostrare. Ma non credo che le menti migliori del nostro paese, quelli che inneggiano ai folli assassini, quelli che attaccano la disonestà della casta, ma non pagano le tasse, siano diversi rispetto ai magnifici commentatori da gruppi di cinema di Facebook, gli eroi del : “Posso dire, siamo in democrazia e allora, nonostante gli intellettualoidi, che palle, na merda”.

Essi denunciando ad alta voce una natura ribelle e irriverente, si mostrano dei poveracci senza arte né parte, costretti a usare toni piagnucolosi battaglieri, per far capire che esistono. In realtà sono il prodotto scaduto del populismo (mix di istanze importanti devastati da un forte spirito conservatore che ne inficia ogni azione abbandonandola al chiacchiericcio di fondo)  e di una certa mal rappresentata egomania.

L’arte non ha bisogno di spiegazioni, perché lavora sulla nostra sensibilità. Non ha bisogno nemmeno di raziocinio, perché lavora sulla nostra sensibilità.

La sensibilità è la capacità di tramutare in suggestioni forti e libere,  le nostre emozioni e pensieri. Uniti.

Essa è un dono che appartiene a chi è abbastanza forte da mettere sé stesso in gioco,  senza ripararsi dietro a nulla. L’arte è la sensibilità nuda, che combatte contro le pecore travestite da lupo!

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