Rubrica L’età dell’innocenza: Educazione affettiva di Federico Bondi e Clemente Bicocchi

Educazione-affettiva

Educazione affettiva è un documentario che descrive la quotidianità di una quinta elementare della Scuola Pestalozzi di Firenze.

Se lo si dovesse descrivere questo è ciò che, in poche parole, si potrebbe dire. In realtà in Educazione affettiva c’è molto più di questo.

In primo luogo dietro la macchina da presa c’è quel Federico Bondi di cui abbiamo già avuto occasione di parlare recensendo Mar Nero, la sua opera precedente del 2008. E questo è un particolare non indifferente perché Bondi (qui affiancato dal documentarista Clemente Bicocchi), come nella precedente occasione, dimostra di avere uno sguardo particolarmente sensibile sul mondo che lo circonda che qui, parlando di infanzia, si fa, se possibile, ancora più acuto e delicato.

In secondo luogo questo documentario pare voler far tutto tranne che parlare di una realtà precisa ed identificabile. Bondi parte dal particolare per arrivare all’universale. Quindi la Scuola Pestalozzi (realmente esistente), i bambini e i maestri protagonisti (quelli reali che interpretano se stessi), l’educazione affettiva del titolo (materia realmente insegnata all’interno di quella scuola) diventano simboli universali di ciò che quella fase delicata della vita è e di come dovremmo imparare a guardarla.

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Il passaggio dal particolare all’universale è una grande sfida per ogni regista (e artista in generale) perché è molto più facile restare ancorati al suolo del noto e conosciuto piuttosto che elevarsi in volo ed esplorare terreni nuovi ed inediti.

Bondi non racconta niente della materia che dà il titolo al film. Non spiega minimamente in cosa consista l’educazione affettiva ma, piuttosto, si preoccupa di creare delle suggestioni. Bondi richiede il coinvolgimento emotivo dello spettatore che, per tutta la durata del documentario, viene immerso nell’atmosfera che respirano i maestri e gli alunni di questa quinta elementare con tutti i sentimenti contrastanti che percorrono questi bambini che stanno per separarsi dopo essere stati insieme tanti anni (illuminante, a tal proposito, la battuta di uno dei maestri che afferma che, avendo passato cinque anni insieme, questi bambini hanno trascorso con loro esattamente metà della loro vita).

La macchina da presa riprende le emozioni, i silenzi, la commozione, gli occhi lucidi, gli abbracci, i sorrisi. Gli scarsi dialoghi rendono il film qualcosa in cui stare immersi e da cui farsi trascinare, proprio come le onde del mare che, insieme agli altri paesaggi, diventano anche esse protagoniste della pellicola. La scelta registica di girare la maggior parte delle scene in esterni è significativa perché diventa simbolica di una scuola che diventa parte integrante della vita quotidiana dei bambini, di una scuola che travalica i confini della classe e si fa vita. Neanche troppo velatamente questo è ciò che il regista ci suggerisce, confezionando un’opera fortemente antinarrativa che parla dell’infanzia per ricercare soprattutto le responsabilità di noi adulti su come permettiamo ai bambini di viverla.

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L’educazione affettiva del titolo, quindi, si esplicita in un atteggiamento generale che i due maestri assumono con i loro piccoli alunni. Educare all’affettività significa accogliere tutte le emozioni che si vivono (anche quelle negative che spesso ci spaventano) e riuscire ad esplicitarle, a tirarle fuori, a condividerle con gli altri. Un compito molto arduo, quindi, ma necessario se si vogliono fornire gli strumenti di crescita ai bambini affinché diventino adulti consapevoli e veramente sereni.

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