In Bruges di Martin McDonagh

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Attenzione! Contiene spoiler

LUI

In Bruges  è un ottimo tentativo di scrivere un film di ambiente gangster, sfruttando una certa ironia e un’abile costruzione dei personaggi.

Il fascino di questa pellicola (credo) dipenda proprio da questo: un’opera robusta e classica rivista attraverso un linguaggio che oscilla tra ironico grottesco e pungente dolore umano

La storia è quella di due gangsters che vengono spediti, dal loro boss, per punizione in questa cittadina belga.  I due ( interpretati benissimo da Brendan Gleeson e da un veramente bravo Colin Farrel) si ritrovano a vivere una situazione di perenne attesa. Quali ordini riceveranno? Cosa sono andati a fare in quel posto tanto odiato dal più giovane? Nel frattempo socializzano con la padrona del loro albergo, con un nano americano impegnato a girare un film, con una tizia belga e in modo molto movimentato con il fidanzato naziskin della fanciulla. Fino a quando arriva una telefonata del boss e….

Non è facile gestire riflessioni malinconiche e scene drammatiche, far provare il vasto dolore di un uomo che ha ucciso un innocente e non sa come redimersi o cosa fare, con battute e situazioni divertenti. Si corre il rischio di non bilanciare bene le cose e di ritrovarsi un pessimo film di Tarantino, girato da gente senza talento e spessore. Invece in questo caso accade il contrario: il sense of humor, rinforza la parte più drammatica, umanizza due uomini stanchi e alla deriva. Due impiegati del crimine, che tirano avanti aspettando qualcosa che sarà terribile e brutto, per entrambi.

(l-r.) Brendan Gleeson and Colin Farrell star in Martin McDonagh's IN BRUGES, a Focus Features release.

Nel frattempo cercano conforto anche parlando con gli altri, ma trovano disagiati mentali e sociali quasi quanto loro. Vi è però molta cura nel disegno dei personaggi, nella loro caratterizzazione, e seppure si racconta sempre la cara, vecchia, storia, ecco il tutto ci giunge come qualcosa che “conosciamo”, ma è capace di stupire. Piccoli passi in avanti, leggere rielaborazioni di una trama risaputa, di un film che abbiamo visto mille volte, con mille titoli diversi.

La cura nel scrivere i personaggi, la chiave vincente.  Seppure bizzarri e affetti dalla sindrome del dialogo fico, ecco: ci giunge tutta la loro umanità di disadattati sociali e individuali. Il tutto servito da un leggero, ironico, scanzonato, anti americanismo all’acqua di rose,ma divertente, da dialoghi in cui il Vietnam è come un paradiso, un’ancora di salvataggio, loro che hanno sconfitto una potenza imperialista, e intanto il tempo passa e non fa prigionieri.

Harry è il nome del personaggio  interpretato splendidamente da Ralph Fiennes un boss con un codice d’onore fortissimo, un’etica scintillante, tanto da commuoversi quando un suo ex amico non vuole combattere, ma preferisce morire. Ecco queste cose per me fanno la differenza. Nel senso che rendono una pellicola come tante, qualcosa di diverso e interessante. Un film che si fa ricordare e non solo perché (caso strano) Farrell  non è legnoso come al suo solito.  L’atmosfera particolare della cittadina, gli americani che parlano come Stanlio, una soffusa malinconia, un finale di raro pessimismo, personaggi che non diventano mai macchiette, tutto questo rende In Bruges un’opera da vedere e consigliare.

LEI

In Bruges è un pugno allo stomaco mascherato da commedia. Martin McDonagh riesce in un mezzo miracolo perché essere in grado di mescolare serio e faceto senza che nessuno dei due registri perda intensità o senso non è per nulla facile. Ma In Bruges dimostra che è possibile.

Il film di McDonagh ha per protagonisti dei sicari, spietati assassini, quindi, che agiscono a sangue freddo in situazioni di forte stress emotivo. Ma guardando il volto sempre corrucciato di Farrell (per una volta, finalmente, convincente e assolutamente in parte) si capisce immediatamente che tale freddezza si è incrinata lasciando emergere il lato umano e dolente che anche un feroce assassino nasconde da qualche parte.

La bellissima città di Bruges fa da splendida location ad una storia di base estremamente cupa e ne diventa protagonista al pari degli attori stessi. Le sue stradine, le sue case medievali, i suoi canali contribuiscono a creare un’atmosfera quasi fatata accentuando il contrasto tra l’ambiente esterno e quello interiore dei protagonisti. Il terribile segreto che Farrell non riesce a perdonarsi e che il capo (un Ralph Fiennes davvero bravo) ha deciso di punire è quello della morte accidentale di un bambino, freddato da un colpo alla testa sparato ad un prete che Farrell era stato incaricato di uccidere. La scena è terribile e quasi insostenibile. McDonagh non ci risparmia niente. La morti, all’interno di questa pellicola, sono tutte estremamente tragiche, come, del resto, ogni morte è anche nella vita reale.

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Ognuno dei personaggi, benché lavori come sicario, mostra un suo codice d’onore ferreo che lo porterà a fare sempre la cosa giusta anche a costo della propria vita.

Si può continuare a vivere dopo aver ucciso un bambino? Questa è la domanda che ossessiona il personaggio di Farrell dall’inizio alla fine del film. Anche se cerca di sdrammatizzare, anche se fa di tutto per innamorarsi, anche se dispensa ad ognuno battute acide, Farrell non riesce a perdonarsi e regala allo spettatore un personaggio dolente che difficilmente si può dimenticare. Parallelamente Brendan Gleeson si trova ingabbiato in un ruolo che non vorrebbe ricoprire. Quando il capo gli ordina di uccidere Farrell lui sa che è inevitabile ma, nonostante questa consapevolezza, trova la forza per rifiutare. Gleeson combatte una sua personale battaglia di coscienza (come ognuno dei protagonisti della pellicola) tra quello che sa di dover fare (perché è un ordine ma, probabilmente, anche perché sa che è giusto) e l’affetto che prova per il suo compagno che gli impedisce di ucciderlo. Per questo, messo alle strette, preferisce morire piuttosto che dare la morte.

Ma il personaggio forse più tragico di tutti è quello interpretato da Ralph Fiennes. Fiennes segue un proprio codice d’onore spietato. Chi uccide un bambino va punito con la morte. Chi disobbedisce agli ordini va punito con la morte. Nonostante tutto questo sia difficile da portare avanti e comporti anche la propria morte. Ma a questo codice d’onore non ci si può sottrarre, altrimenti tutto andrebbe a rotoli, il mondo non girerebbe più allo stesso modo. E quando vediamo Fiennes mettersi la canna della pistola in bocca e ci rendiamo conto che premerà il grilletto comprendiamo che nell’universo filmico di McDonagh i conti devono sempre tornare e ognuno deve sempre pagare il suo debito, senza nessuna eccezione.

Con il 41,67% di voti, come era prevedibile, The Blues Brothers vince la prossima visione condivisa. Sabato prossimo alle 21 guardatelo insieme a noi seguendo la tweetcronaca di @cinemacondiviso!

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