Tremors di Ron Underwood

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LEI

Basta guardare un poco indietro (cinematograficamente parlando) per rendersi conto che esiste un modo di realizzare un certo tipo di cinema con grande rispetto dello spettatore. La definizione di film di serie B mi è sempre stata antipatica perché presuppone una differenza di giudizio soprattutto rispetto alla percezione che si ha dello spettatore stesso. Non dovrebbe essere così perché tutto il cinema dovrebbe presupporre, prima di tutto, di essere realizzato con grande rispetto per chi lo guarda, indipendentemente da quello di cui ci vuol parlare. Si possono fare film su argomenti profondi e dolorosi ed altri assolutamente d’intrattenimento usando esattamente la stessa cura e lo stesso rispetto per il pubblico. Ne sono un esempio eclatante film recenti come Pacific Rim e Mad Max: Fury Road. Due opere diverse, per argomento ed immaginario, ma accomunate dal fatto che dietro la macchina da presa c’è un Regista con la erre maiuscola, un autore, uno che ama il suo prodotto ed il suo pubblico. Oggi opere del genere sono piuttosto rare e, spesso, fanno gridare al miracolo ma c’è stato un tempo in cui se ne sono prodotti tanti di film così e senza che neppure dietro ci fosse chissà quale grande autore.

Tremors è un esempio perfetto e riuscito di quanto appena detto. E non è un caso che una pellicola del genere, vista a venticinque anni di distanza, non mostri segni di cedimento. Il film funziona benissimo ancora agli occhi di uno spettatore di oggi, nonostante i progressi, soprattutto nell’ambito del digitale, ci abbiano abituato ad un cinema tecnicamente molto più spettacolare. Funziona perché funzionano i personaggi che sono caratterizzati e coerenti con se stessi senza che sia loro richiesta nessuna profondità: devono funzionare nel contesto in cui si muovono, per la durata di poco più di 90 minuti, e lo fanno alla grande. Funziona perché la sceneggiatura è scritta bene, calibrando perfettamente tensione ed humor.

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E poi ci sono loro, i vermoni, predatori ciechi capaci di captare il minimo rumore, sempre affamati e alla disperata ricerca di cibo. I vermoni sono capaci di stare in agguato anche tre giorni di fila, immobili, puntando la preda; mostrano intelligenza ed organizzazione e non si fermano davanti a nulla, pur di ottenere quello che loro considerano solo cibo. E l’abilità di Underwood, in questo caso, consiste proprio nel non sentire la necessità di spiegarci nulla. Da dove vengono questi mostri? Come hanno fatto a vivere fino ad ora? Perché nessuno a Perfection e dintorni si è mai accorto della loro presenza? Tutto questo non ha nessuna importanza. Perché rispetto dello spettatore significa anche suscitare domande e lasciarle senza la risposta, non sentire la necessità di spiegare sempre tutto. Perché quello che non è spiegato è lasciato all’immaginazione del singolo. Alla fine è giusto e bello che ogni spettatore si dia le proprie di spiegazioni. È importante che ciò che ha visto sullo schermo stimoli la sua fantasia, lo porti a proseguire il film oltre la visione, una volta tornato a casa e alla sua quotidianità. Perché la sospensione dell’incredulità serve proprio a questo, a credere l’universo del film coerente in se stesso, senza bisogno di sapere tutto quello che gli ruota attorno. Perché, in fondo, è proprio questo il più grande piacere che deriva dal godere di un’opera di fantasia.

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Gli americani sanno fare il cinema di genere. Hanno il gusto delle storie più o meno universali, certo, ma anche il fatto di aver imposto la loro cultura e immaginario alle varie colonie in giro per il mondo.  L’Italia è una di queste. Per cui non ci par strano di affezionarci a personaggi che, in teoria, vivono lontani da noi. Proprio per questi due motivi appena elencati, io mi sento come se fossi nato a Perfection. Che poi nome più ironico, per una cittadina, non è mai stato trovato.  Tre case, un negozio, il deserto intorno.

Un posto che sarebbe stato perfetto anche per un dramma sull’alienazione umana, ma che nelle sapienti mani di Ron Underwood, diventa un gioiellino dello sci-fi con forti rimandi al genere horror. Una lezione su come fare ottimo cinema d’intrattenimento, di puro spettacolo e tensione, basandosi sul sottogenere dell’assedio, che io amo assai, mantenendo costante il ritmo, il dinamismo e umorismo nei dialoghi, e una bellissima caratterizzazione dei personaggi. Cinema puro, a suo modo universale e per questo da tenere stretto. Poi, vabbè, io sono un radical chic che ama altro tipo di cinema, ma di fronte a una tal pellicola e a personaggi come Val ed Earl, che dobbiamo dire? Viva il cinema e morta lì.

La storia la sappiamo: una piccolissima cittadina americana viene attaccata da giganteschi vermoni. Gli abitanti prima si barricano dove possono, poi cercano la salvezza sulle montagne. Tutto qui. Però ci sono Kevin Bacon e Fred Ward  che rendono memorabili i loro personaggi di sottoproletari eroi per caso. Così come tutti gli altri personaggi sono caratterizzati il giusto per farceli amare. Tra questi rammentiamo il guerrafondaio interpretato da Micheal Gross . Il film è un mix perfetto di humor, horror, non mancano le scene violente e di tensione, fantascienza. Debutto che lasciava prevedere un grande futuro per Underwood,  ma non è stato così. Ancora il tempo per un film bellissimo, Scappo dalla città, e poi… Quasi nulla. Peccato.

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Detto questo: Tremors è un signor film. Ha tutto quello che si chiede al cinema di genere, ha un suo stile, ci fa affezionare a tutti i personaggi, pure i vermoni ci piacciono! Ci viene la nostalgia per un mondo senza i phone, ma con eroi talmente umani che vorremmo avere come amici. Proprio per quel gran senso di avventura, per l’entusiasmo genuino che si respira per tutta la sua durata. Peccato che abbiano deciso di girare ben tre seguiti del tutto pleonastici, ma ce ne fossero di film come questo. Bello ogni tanto tornare fanciulli e divertirsi, tifare, esaltarsi, pensando di combattere contro vermoni o altro tipo di mostri. Ammiro!

Infine, permettetemi, due parole su Kevin Bacon , a mio avviso un grandissimo attore. Capace di recitare in bellissimi e dolorosissimi film in cui interpreta un pedofilo, e in altri dove fa il cazzaro alla grande. In questa pellicola è perfetto. Smargiasso, ma sensibilissimo e timidissimo nei confronti della geologa, fa una coppia perfetta con Fred Ward (altro grande attore da non dimenticare) perché il cinema è questo: personaggi e storia. In questa opera meravigliosa, per fortuna, questi due elementi ci sono. Semplici, tagliati con l’accetta, ma assai funzionali al racconto.  Il tutto al servizio di una regia ricca di trovate e di scene cariche di tensione.  Tremors merita un posto d’onore all’interno del genere. Perché non è facile gestire umorismo, horror, mantenere l’attenzione costante con pochi elementi.  Qui funziona. Tanto

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