Lo squalo di Steven Spielberg

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LUI

Vi sono film che ci accompagnano per tutta la vita. Immagini potenti, evocative, che entrano e circolano nel sangue, rimanendo con noi. Come fedeli compagni. Non è detto che siano opere di registi che amiamo in modo particolare, il mio rapporto con Spielberg è travagliato ed è passato anche attraverso una severa autocritica, però rimaniamo incantati ogni volta che rivediamo questa pellicola.

Lo squalo per me rappresenta questo. Lo conosco a memoria, amo ogni singola sequenza, non posso né voglio nascondere, che Brody sia un mio eroe.

Sai perché? Da bimbo mi rivedevo in lui: ha paura dell’acqua, è un tizio buono e gli altri lo trattano come un pirla solo perché pondera e ragiona.  Non mi pare che nel romanzo fosse così, ma una cosa è il film, altro la storia in un libro. Casomai vogliate aver degli spoiler stuzzicanti sui cambiamenti dei personaggi, ve li faccio! Ma in separata sede.

La storia la sapete tutti, no? In breve: uno squalo semina morte e terrore in una ridente località turistica. L’ottusità capitalista se ne frega della incolumità dei turisti e dei cittadini, ma uno sceriffo insieme a un pescatore e uno oceanografo, darà la caccia al temibile predatore. Più o meno è questa la trama.

Breve e facile, all’apparenza. Perché poi questi tre sono qualcosa di altro e oltre rispetto a un trio allegro e pieno di brio, rappresentano tre classi sociali differenti, con la morale spielberghiana in favore della media borghesia rappresentata dallo sceriffo, sono anche tre rimandi alla psicanalisi: super io, io, es. Dove chiaramente vince chi possiede istinto(es) ma anche ragione. Pensateci su, eh!

Sopratutto è un favoloso, emozionante, epico, straordinario, immenso, film d’avventura. Chi non vorrebbe esser sull’ Orca e dar la caccia al temibile Bruce, questo il nome dato al mostro meccanico dalla troupe. E che terzetto meraviglioso: Schneider, Shaw, Dreyfuss.  Impossibile non patteggiare per loro, lasciarsi trascinare dal cameratismo, dall’entusiasmo, per un’avventura da cui potremmo anche non tornare. Infatti io preferisco stare sulla terra ferma. Lontano da squali, murene, quelli degli abissi.                                                                                 lo-squalo-jaws-1975-steven-spielberg-01

Non c’è un personaggio fuori posto, di tutti avvertiamo l’umanità e i limiti. Non c’è sequenza che sia di troppo. Purissimo cinema di e per le masse, ma fatto assai bene. Certo, hanno anche ragione i maestri della New Hollywood: pellicole come queste hanno riportato l’industria nelle salde mani dei ragionieri degli Studios. Un grosso problema che non dobbiamo ignorare. Nondimeno: la purezza del mezzo, la maestosità del tutto, non ci permette nemmeno di massacrarlo. Perché ha personaggi memorabili, attori in gran forma, una regia, per quello che deve fare, assolutamente perfetta.

Chiaramente il film, visto il grande successo economico, ha aperto un filone di animali assassini, di ogni specie, genere che ho sempre amato e apprezzato.

La lavorazione del film non è stata facilissima, in particolar modo per problemi con la funzionalità del gigantesco squalo, ma alla fine è arrivato a noi un classico immortale. Scusa se è poco!

La forza del film sta nella sua rielaborazione del mito di Moby Dick, puntando sulla paura dell’uomo nei confronti della natura ostile. Il non veder cosa si agiti sotto le acque, l’esser indifesi in un ambiente che non è nostro.  Cosa ancor più importante: ogni morte pesa. Avvertiamo la paura, il dolore, sopratutto

LEI

Quando si pensa a Lo squalo di Steven Spielberg si pensa immediatamente alla sequenza finale del film, ai tre uomini che affrontano lo squalo, alla lotta per la sopravvivenza dell’animale e a quella per la salvezza dei suoi cacciatori. Ed è innegabile che questa lunga sequenza finale sia un capolavoro di tecnica, tensione, effetti visivi, recitazione e molto altro. Ma se Spielberg si fosse limitato a girare quella sequenza il film lo annovereremmo come uno dei tanti thriller che si guardano, si apprezzano, ma poi non reggono il trascorrere del tempo.

Ma Spielberg fa molto di più che mostrarci una lotta estrema per la sopravvivenza. E tutto quello che fa ce lo presenta nella prima ora del film. Spielberg ci crea il contesto, ci descrive i personaggi e le motivazioni che li muovono all’azione, ci fa affezionare alle vittime e, nello stesso, tempo ci terrorizza con sequenze da horror puro (gli attacchi dello squalo ai bagnanti sono momenti di tensione estrema). Tutto questo ci permette di arrivare alla sequenza finale senza aver perso un attimo di tensione e facendoci sentire su quella barca, insieme a quegli uomini, legati alla stessa sorte. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza tutta l’ora precedente. In questo risiede la grandezza di Spielberg, il suo essere un grande autore e non un semplice mestierante.                                           lo-squalo-jaws-1975-steven-spielberg-02

Nel contesto a cui accennavo sopra Spielberg non manca di mettere in campo anche una sorta di critica sociale, contro l’ottusità di chi, pur di guadagnare, è disposto a mettere a rischio la vita dei suoi concittadini, incurante di un pericolo che, in fondo, ritiene che non lo riguardi più di tanto da vicino. In questa situazione il capo della polizia Brody (un Roy Scheider sempre maledettamente in parte!) fa di tutto per convincere le autorità cittadine a mettere al sicuro i turisti e la gente del posto, anche se questo comporta scelte apparentemente antieconomiche (chiudere le spiagge per un isola che campa sul turismo è davvero tirarsi la zappa sui piedi!). Ma, come spesso accade, l’ottusità di chi ha come obiettivi primari denaro e potere ha la meglio sulla ragionevolezza di chi pensa prima di tutto al benessere delle persone che ha accanto. Oltretutto Brody si presenta fin da subito come un antieroe, trasferito da poco da New York con la famiglia non viene considerato uno del posto (se non nasci sull’isola non sarai mai considerato uno dell’isola, viene detto alla moglie di Brody), oltretutto la sua evidente paura dell’acqua non lo rende particolarmente adatto a ricoprire il ruolo di capo della polizia su un’isola. Ma basta scorrere la filmografia di Spielberg per accorgersi che le figure eroiche nei suoi film non sono mai quelle che brillano per prestanza fisica o coraggio ma, spesso, sono invece quelli che appaiono più deboli o insignificanti, perché Spielberg considera l’eroismo un attributo morale, ed in questo risiede la rivoluzione e il fondamento della sua poetica cinematografica. Gli eroi che il regista ci ha sempre consegnato sono davvero persone comuni, spesso neppure particolarmente simpatiche (pensiamo ad Oskar Shindler) né particolarmente intelligenti (come la Celie di Il colore viola), eppure tutte in possesso di una grande caratura etica che permette loro di schierarsi e di trovare una forza insospettabile, come quella che porta Martin Brody ad uccidere lo squalo, una volta rimasto solo sulla barca.

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