La Terra di Sergio Rubini

locandina

Lui

Quanto contano le nostre radici? Possibile tagliare ogni legame con esse? Oppure alla fine, ineluttabilmente, veniamo risucchiati dalle cattive abitudini, dalle reticenze, dai ricordi mischiati a un immobilismo atroce, che tanti vedono come : il buon ritorno a casa. Queste domande affiorano nella nostra mente durante la visione di codesta pellicola.

La storia di tre fratelli e un fratellastro, legati alla loro terra. Chi è scappato per rifarsi una nuova vita a Milano, chi la coltiva, chi la vende, chi vorrebbe cambiarla. Quattro uomini diversi, in continuo scontro- incontro, che sono in sostanza vittime delle cattive tradizioni, delle devianze di una mentalità criminale. Gli elementi negativi sono impersonati nel personaggio di Tonino, interpretato magnificamente da Sergio Rubini, padre-padrone della sua cittadina. Uomo talmente orribile da far sposare la sua amante romena, a un giovane disabile, causando una tragedia.

Il film sposa lo sguardo estraneo di uno dei fratelli, Luigi, a cui presta il volto un intenso Fabrizio Bentivoglio.  Costui è scappato da casa tanti anni prima, stanco di un padre puttaniere e manesco, a Milano diventa uno stimato professore e una volta tornato a casa vive una strana situazione di estraneo, ma anche di partecipe alle disavventure dei fratelli e del paese. Luigi è un uomo diviso a metà. Tra l’idea che lui ha di sé e quello che la vita, la sua terra,  pretendono da lui

La Terra è un film viscerale, passionale, eccessivo, travolgente. La cosa potrebbe urtare, come ad esempio la colonna sonora fin troppo presente, i dialoghi sempre urlati, la recitazione sopra le righe, eppure: funziona.

Perché questa storia di delitto senza castigo, è un atto d’amore lucido e critico nei confronti della propria terra, tradizione, del Sud. L’amore distorto, conflittuale, esplode nelle risse tra fratelli, e alla fine abbiamo questo immenso amore fraterno. Talmente potente, forte, da non poter esser domato, incanalato verso un confronto pacato e sereno. I dissapori, il vissuto, il pregiudizio, ma ancora di più: il fatto di giudicar l’altrui vita e persona secondo i nostri pregiudizi, anche quando è nostro fratello, impedisce ai quattro uomini di comprendersi e aiutarsi. Fino alla svolta finale.

Film a suo modo titanico ed epico, questa pellicola del 2006 è un’opera da riprendere e rivedere assolutamente. Non ne rimarrete delusi

Per via di una regia molto presente, che sa imporre un ritmo vertiginoso a questa sorta di tragedia greca moderna. Perché gli attori sono molto bravi a dar sostanza e sfumature ai loro personaggi. La forza di Rubini è proprio questa: fare film in cui i personaggi e le storie sono al centro dell’azione. In questa opera noi non solo ci sentiamo coinvolti dai personaggi, ma sentiamo i profumi, il caldo, la brezza, di quelle incantevoli terre. Del nostro magnifico e tormentato sud. Per questo il regista in questa pellicola arriva a una perfezione formale e di contenuti, davvero invidiabile.

Perché il film è un punto di arrivo di tante cose: il cinema italiano più aspro e corrosivo, la magniloquenza hollywoodiana nel girare, la precisione nel rappresentare un mondo attraverso le sue luci ed ombre, una natura indifferente e perfetta contro la bassezza umana, i legami famigliari e umani che possono sempre migliorare, anche se per arrivare a questo dobbiamo soffrire e non poco. Opera suggestiva, evocativa, con alcuni limiti e debolezze, ma davvero poca cosa nei confronti dei tanti pregi

LEI

La terra è l’appartenenza. La terra sono le radici. La terra è la propria famiglia. Pure se si fugge e si cambia vita la terra è ciò che, inevitabilmente, resta dentro. Perché non è possibile scappare da se stessi.

Quello che Sergio Rubini ci racconta in questa pellicola è molto più stratificato di ciò che potrebbe sembrare a prima vista. Non ci racconta semplicemente di rapporti famigliari complessi (un po’ come ne abbiamo tutti) ma ci racconta del senso di appartenenza che si crea tra te stesso e il luogo in cui sei cresciuto. Rubini ci fa capire che fuggire non serve perché è come voltare le spalle a ciò che siamo. Può andare bene per un po’ di tempo ma non va bene per sempre. Prima o poi qualcosa ti viene a chiedere il conto e allora sei costretto a pagare.

Questo senso di appartenenza, però, non è solo legato ad un luogo ma è legato ancora di più ad una cultura. E per dimostrare questo Rubini attinge a piene mani alla tragedia greca che rappresenta le nostre radici ancestrali. Rubini costruisce il suo film come una tragedia, inserendo tutti gli elementi che la caratterizzano, trasformandoli in passaggi narrativi coerenti ma connotandoli di una fortissima valenza simbolica. Se analizziamo la carriera registica di Rubini ci rendiamo conto che questo è un elemento ricorrente della sua filmografia, una riflessione che lo accompagna di pellicola in pellicola fondendosi sempre con il folklore popolare insito nella rappresentazione della sua terra natia, la Puglia.

In La terra l’elemento tragico si fonde con una trama che rimanda al genere giallo che Rubini interpreta in maniera estremamente personale, seminando indizi per tutta la pellicola e creando una vera e propria sfida con lo spettatore che, nello stesso tempo, tenta di distrarre fingendo di raccontargli altro. Ma il giallo è sempre presente come sottotesto narrativo per tutta la durata della pellicola e caratterizza il modo stesso di girare e di utilizzare soprattutto i movimenti di macchina e gli stacchi di montaggio. Gli indizi, infatti, diventano veri e propri elementi filmici; il dettaglio di un sacco di mandorle sul cassone di un furgone seguito dallo sguardo di uno dei protagonisti è un elemento preciso che lo spettatore osserva nel momento in cui lo vede sullo schermo e che poi ricorderà al momento giusto, quando dovrà sommare gli elementi e trarre le sue conclusioni.

Altro elemento ricorrente nella sua filmografia e ben presente anche in La terra è la fortissima carnalità. L’elemento carnale nella cinematografia di Rubini è essenziale ed ha sempre un duplice rimando (anche quello molto classico): al sesso ed alla morte. Eros e Thanatos diventano inscindibili nelle sue pellicole. Le scene di sesso e quelle in cui scorre il sangue sono sempre estremamente intense e rimandano alla furia dionisiaca dei baccanali, ancora una volta tradizione classica ben radicata nei territori in cui Rubini gira le sue pellicole.

In questo contesto anche la religione cattolica diventa una sorta di rito pagano, qualcosa di ancestrale legato ancora una volta alla terra in cui si svolge. La scena della processione del Venerdì Santo in cui avviene il delitto ne è un esempio eclatante.

Rubini è un regista estremamente raffinato e dispiace vederlo sempre un po’ snobbato quando invece dimostra, in ogni pellicola, una fortissima padronanza del mezzo cinematografico e una grande abilità nella direzione degli attori.

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