Rubrica Berlinguer ti voglio bene : Il posto dell’anima di Riccardo Milani

 

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Una fabbrica, cosa è? Cosa rappresenta? la galera del proletariato costretto a produrre beni che faranno arricchire i loro padroni, un lavoro alienante nel regno del rumore, “davanti a un nastro che scorre, di roba che non è mia” e alla fine, vuoi per abitudine o rassegnazione, una seconda casa. Che forse conosci meglio della prima. l’unione forte con chi vive i tuoi turni, ritmi, l’idea di esser i costruttori dell’impero dei consumi, ma non solo: come ci potremmo spostare da un posto all’altro, senza operai che costruiscono i mezzi di trasporto? Questo è solo un esempio. L’operaio da sempre, più che un lavoratore è un simbolo: mitizzato nel nome del romanticismo spicciolo del furore operistico degli anni 70, disprezzato come essere inferiore dalla compagine degli sfruttatori, oggetto concreto e sfuggente. Ricordo prezioso di un’epopea di sogni banditi, di assalti al cielo e alla diligenza “Cuore dello Stato”. Usato e gettato. Rivoluzionario passionale e fetente collaborazionista. Se questo è un uomo, è sicuramente una tuta blu.

 

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Questo film diretto da Riccardo Milani, è un atto d’amore verso gli ultimi respiri di una classe che è rimasta pura e innocente, bambina di fronte al capovolgersi degli eventi. Le multinazionali comprano, licenziando e chiudendo, i padroni ricattano con l’ipotesi di andare all’estero, gli operai sbarellano a destra da pirla. Non comprendendo cosa succede e perché. Il film con toni da commedia all’italiana, cioè mischiando ironia e dramma, racconta questo. Tre operai. Tre ottimi attori. Michele Placido è un vecchio operaio, di quelli che hanno fatto la guerra al padronato e che poi hanno seguito i miti consigli del sindacato confederato. Ha un figlio con il quale non va per nulla d’accordo. “Racconto storie, ma sembro muto” così potrebbe dire il suo personaggio. Claudio Santamaria è il simbolo del nuovo operaismo: senza senso di appartenenza e illuso di uscire e scappare dalla fabbrica. Quelli che sognano di essere a loro volta padroni, che si improvvisano imprenditori. Vittime del sogno berlusconiano e americano, del “mi sono fatto da solo” Un pirla. Silvio Orlando,  rappresenta l’operaio delle lotte degli anni 70. in equilibrio perfetto fra il vecchio e il nuovo. Personaggio meraviglioso. Come è codesto film. Figlio della compassione “Scarpelliana”, confusa da molti come buonismo, ci narra la lotta per il lavoro e la dignità. Ci lascia in ricordo tanti sorrisi e lacrime e quel finale bellissimo, Paola Cortellesi, rimasta sola che vede quell’orso bruno di “Vendittiana memoria”, simbolo della resistenza ed esistenza di una classe da me amata/odiata.. Ma di cui val sempre la pena cantare. E non solo.

Il posto dell’anima è un perfetto mix di commedia sentimentale, impegno civile e politico, rabbioso e commosso canto del cigno della classe operaia. Qualcuno tirerà fuori il discorso del buonismo, della mancanza di coraggio, ma non c’entrano il punto.

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La compassione, l’affetto per i personaggi, la partecipazione emotiva e la profonda empatia, sono alla base di ogni buon film e non solo.  Qui abbiamo tre uomini con difetti e pregi, non eroici, eppure dignitosi. La commedia li esalta come persone, e il messaggio politico è forte e chiaro: il libero mercato genera denaro per chi ha denaro, sulla pelle delle classi meno abbienti. Si, si, populista e demagogico, ma non si può negare la radicale trasformazione del lavoratore in questi ultimi venti anni. Conta altro ora. E gli operai rimangono vittime sacrificali, con un passato di lotte e rivendicazioni gloriose. Gloria a loro, gloria alla nostra classe.

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