La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati

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Pupi Avati è uno dei registi più prolifici della nostra nazione e, anche se questo non sempre è un bene (perché porta necessariamente a produrre anche opere di qualità non proprio eccelsa), gli ha permesso, nella sua lunghissima carriera, di spaziare tra i generi e di regalarci dei film degni di nota anche in ambito horror. In particolare La casa dalle finestre che ridono rappresenta l’esordio del regista in questo genere ed è un film che, a ragione, divenne un cult a pochi anni dalla sua uscita. Ancora oggi si tratta di un film inquietante e disturbante che deve la sua forza soprattutto alla scelta dell’ambientazione padana, usuale in Avati che è solito ambientare i suoi film in Emilia Romagna. In questo caso l’ambientazione gioca un ruolo fondamentale facendo da specchio ai personaggi rappresentati nella pellicola. Come sempre il regista ci regala una galleria di caratteri inquietanti e connotati in maniera particolareggiata, caratteristica che appartiene da sempre alla sua cinematografia, ma in questo caso indirizzata a creare tensione e paura.

La casa dalle finestre che ridono arriva solo ad un anno di distanza da un’altra pietra miliare del cinema horror italiano, vale a dire Profondo rosso di Dario Argento. Sebbene le due pellicole siano molto diverse per intenti e realizzazione (Argento dimostra un’attenzione spasmodica per la regia tanto da trascurare la storia ed i personaggi per concentrarsi sul modo di riprendere i delitti mentre ad Avati interessano soprattutto sceneggiatura e personaggi) sono evidentemente vicine soprattutto per quanto riguarda la suggestione che deriva dagli ambienti, Torino nel caso di Argento e la Bassa Padania nel caso di Avati.  Entrambi i registi sfruttano il paesaggio, urbano per Argento ed agreste per Avati, come se fosse un personaggio, un protagonista della storia a tutti gli effetti. Soprattutto ne La casa dalle finestre che ridono è come se fosse l’influenza dell’ambiente a spingere ai delitti, come se i personaggi non potessero sottrarsi, spinti da qualcosa che non è dentro di loro ma che viene da fuori.

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Avati azzecca anche la scelta di ambientare la sua storia nel mondo dell’arte creando una specie di parallelo tra il disvelarsi dell’affresco man mano che viene restaurato dalle sapienti mani di Lino Capolicchio, restauratore forestiero invitato in paese proprio per questo scopo, ed il palesarsi del male che piano piano entra nella vita del restauratore stesso da quando comincia ad indagare sulla vita del pittore di cui sembra che nessuno voglia parlare (anche perché chi sceglie di farlo, in un modo o nell’altro, muore). L’omertà è alla base di tutta la pellicola. Fin dall’inizio capiamo che tutto il paese sa ma nessuno sembra avere voglia di parlarne. Lo spettatore è portato immediatamente ad identificarsi con il restauratore e come lui è mosso dall’ansia di sapere nonostante la paura che cresce sempre di più spingendolo a lasciar perdere. Invece Capolicchio (e lo spettatore con lui) sceglie di andare fino in fondo mettendo in pericolo non solo la propria vita ma anche quella di chiunque lo aiuti nella sua indagine e perfino quella della persona che ama, la bellissima Francesca Marciano, che appare come una visione all’inizio del film ed illumina letteralmente la pellicola ogni volta che è in scena. Il bellissimo finale, volutamente sospeso, è il coronamento ideale di una pellicola che merita di stare tra i capisaldi dell’horror italiano.

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L’orrore ama nascondersi dietro luoghi e facce conosciute, mimetizzarsi con posti che noi riteniamo sicuri. La casa, un albergo, la chiesa. Luoghi e persone di cui, in qualche modo, ci fidiamo. Pupi Avati con questa pellicola ci toglie ogni sicurezza, ci mostra come non esista posto in grado di salvarsi dal male. In quanto esso è contagioso e si propaga grazie al sostegno e all’omertà delle persone.

Il film si basa su una storia che pesca nel classico gotico di impianto americano, ma sposta l’azione nelle zone dell’Emilia Romagna, questo ossimoro vivente di stili crea l’indimenticabile atmosfera della pellicola: inquietante, opprimente, soffocante, disturbante. Tanto che non serve molto per creare tensione e paura tra gli spettatori, gran merito è dovuto a una colonna sonora suggestiva e ossessiva, alla fotografia che gioca benissimo con la luce dei luoghi, ma deformandola, dando l’impressione di viver all’inferno.

Per non parlare dei personaggi del paese. Tra oligofrenici, donne che nascondono terribili segreti, quasi un’umanità deformata nel corpo, nella mente, nello spirito. Nemmeno l’amore tra Stefano e Francesca, i personaggi interpretati da Lino Capolicchio Francesca Marciano, si salva da così tanto orrore. Noi come spettatori ci affezioniamo a questi due giovani, sono persone comuni, non eroi nemmeno odiosi, per questo ci sentiamo sempre più coinvolti nella trappola in cui cadranno.

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Interessante anche l’idea che il male nasca da una vena artistica che sfocia nella follia più totale. E all’interno di una famiglia. L’ossessione per la morte, l’idea di risorgere, una sorta di paganesimo miscelato alla religione cattolica, il tutto in un’atmosfera da incubo perenne. Si potrebbe pensare che sia tutto un brutto sogno, ma sappiamo benissimo che non è così.

Come mai un’opera di genere funziona benissimo, anche dopo l’ennesima volta che la vediamo? Scrivo questo perché di solito, molti, citano codesta pellicola solo per il sorprendente e memorabile finale, ma se così fosse, una volta visto il film non dovrebbe richiedere altre visioni. Il motivo è uno: la sceneggiatura. Il cinema è prima di tutto una storia, quindi dei personaggi, e poi il modo di girare. La casa dalle finestre che ridono offre ogni volta una nuova suggestione, un nuovo indizio, qualcosa che ci era sfuggito,e i personaggi non sono da meno. Il Coppola di Gianni Cavina ad esempio. Uomo non sopravvissuto psicologicamente a uno scampato pericolo. Ubriacone che cerca sostegno dagli altri, usato anche da Stefano e sacrificato senza troppa compassione.

Avati  filma l’altra faccia di una zona ritenuta placida e gradevole, e mette in scena, come pochi altri sono stati in grado di fare, la paura. Pura, semplice, implacabile, paura.

Conta davvero poco come finisca il film, riuscirà Stefano a salvarsi? Conta che si continui a discutere del finale, dei personaggi, del film,e che da quando è uscito codesto prezioso gioiello, quelle zone ci appaiono sempre meno sicure e tranquille.

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