Fuori dal mondo di Giuseppe Piccioni

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Dalla metà degli anni 90, timidamente, si tenta di ricostruire un cinema italiano lontano dalla battuta facile e infelice dei cinepanettoni, dalla sguaiata comicità di impronta televisiva. In questo periodo si cerca di ripuntare l’attenzione sulle persone e sui sentimenti. Non è facile rappresentare i sentimenti comuni, la gente “normale”, i piccoli- grandi drammi umani, lo smarrimento in una grande e indifferente città. Giuseppe Piccioni ci riesce benissimo, con questo che reputo uno dei suoi film più riusciti.

Non è una città per gente sensibile, quella Milano rappresentata in codesta pellicola.  Una galleria di persone sole, ma non per motivi complessi, semplicemente perché, in questa epoca, siamo convinti che occuparci degli altri, ascoltarli, essere generosi, siano cose destinate a fallire. Nella società del progresso tecnologico, della massima comunicazione, abbiamo paura degli altri, ma sopratutto di noi. Non vorrei mai che aprirmi agli altri, sentire le loro vite come fossero la mia, mi portassero a dover trovare il coraggio di mettermi in gioco. Quindi anche di ferirmi, di sporcarmi con il dolore altrui e cercare di migliorare la mia esistenza.

Meglio fare come Silvio Orlando, chiuderci in noi stessi e allontanare tutto e tutti. Lui infatti vive così. Come tanti di noi. Una casa troppo grande, una vita troppo calibrata su orari e gesti ripetitivi e precisi, senza il rischio dell’emozione, del confronto. Il mondo è cattivo, fidarsi è giusto, ma non fidarsi è meglio. Quanta sciocca vigliaccheria che ci imponiamo. Lui. la sua lavanderia, e basta. Fino a quando una suora arriverà a sconvolgere la sua esistenza.

Margherita Buy. Dovrei scrivere libri su libri, per poter dar una minima idea di quanto io ami codesta immensa, magnifica, attrice. Mi limito a dire che qui porta in scena un personaggio memorabile. Il film, infatti, parla anche di scelte religiose, ci mostra come funziona un convento e come si diventa , e perché, suore. Quanti luoghi comuni, quanti giudizi banali e tagliati con l’accetta sulle scelte che fanno talune persone.

Il personaggio di questa suora deve lottare contro una madre che non la comprende, e come unico ricordo le lascia una terribile lettera, e un mondo che le vede come persone che scelgono di nascondersi . Mentre lei è attiva, crede nelle persone, nell’altruismo, nel vivere con e per gli altri. Nonostante il convento e una vita apparentemente solitaria.

Lo scontro- incontro tra i personaggi di questi due bravissimi attori, porta i loro personaggi a piccoli cambiamenti. Ad accettare la vita. Cosa che succede anche alla ragazza-madre del piccolo abbandonato.

fuori_dal_mondo_margherita_buy_giuseppe_piccioni_008_jpg_kjcnSai cosa mi garba tanto di codesta pellicola? La sfacciata bontà. L’amore profondissimo che il regista mette nel rappresentare ogni personaggio, ogni scena. Il dramma non manca, ma un confronto, la parola, la voglia di sapere chi sono e come vivono gli altri, stempera tutto in una gioia malinconica, fragile, eppure potentissima.

Io credo in questo. Credo che siamo nati per essere felici, ma non una felicità solitaria ed egoista. La nostra felicità sono gli altri. Dovremmo esser meno idioti spaventati, e aprirci, donarci, stare con e negli altri.

LEI

Fuori dal mondo è, probabilmente, il film più bello di Giuseppe Piccioi, regista fin troppo ignorato ma capace di una sensibilità e di un’abilità narrativa che sono le caratteristiche che più di ogni altra fanno e hanno sempre fatto grande il nostro cinema nazionale.

La nuova primavera del nostro cinema, di cui abbiamo avuto occasione di parlare qui, affonda le sue radici proprio alla fine degli anni Novanta, risorgendo come l’araba fenice dalle ceneri del cinema degli anni Ottanta, quando la cinematografia italiana raggiunse il punto più basso mai raggiunto finora. Ad operare questa prima fase di una rivoluzione silenziosa (perché basata su un cinema intimo, mai urlato, un cinema fatto di sentimenti e di scrittura, in cui al centro è l’uomo con tutta la sua forza e le sue debolezze), che porterà alla nascita di grandi registi oggi noti ed apprezzati anche al di fuori dei confini nazionali, furono tre registi mai abbastanza ricordati e celebrati. Parlo, oltre che di Giuseppe Piccioni, anche di Alessandro D’Alatri e di Silvio Soldini. I film che possono essere presi a paradigma di questo processo, che ben presto si è rivelato inarrestabile, sono Senza pelle (1994), Pane e tulipani (2000) e, appunto, Fuori dal mondo. Queste pellicole, con esiti e linguaggi diversi, contribuiscono a portare di nuovo l’attenzione sull’essere umano, inteso in tutta la sua complessità, con i suoi pregi ma, ancora di più, con i suoi difetti e le sue debolezze. E, in fondo, cos’è Fuori dal mondo se non l’incontro/scontro di due solitudini che si sfiorano, si attraggono ma, forse, ino in fondo mai si capiscono? E chi è davvero fuori dal mondo tra suor Caterina (Margherita Buy), con la sua scelta di vita forte e radicale, ed Ernesto (Silvio Orlando), la cui vita sembra trascorrere senza che lui vi partecipi mai veramente?

La regia di Piccioni è delicata, mai invadente pur essendo partecipata; una regia silenziosa che sembra accarezzare i suoi personaggi. Alla fine quello che interessa al regista è riprendere il dramma umano, raccontare una serie di solitudini che diventano incomunicabilità e che rischiano di portare ad un abisso di silenzio che finisce per diventare una corazza di cui ci si ricopre per sembrare forti agli occhi distratti di chi ci guarda passare. Eppure l’uomo è, prima di tutto, un animale sociale e Piccioni ci dimostra che basta un pretesto, una scusa, un bambino abbandonato in un parco, per far incontrare le persone, per indurle ad aprirsi, a cercarsi, ad avvicinarsi.fuori_dal_mondo_margherita_buy_giuseppe_piccioni_004_jpg_bgtw

Silvio Orlando e Margherita Buy costruiscono i loro bellissimi personaggi per sottrazione, rendendo significativi sguardi e silenzi, incoraggiando lo spettatore ad identificarsi in loro.

È innegabile che un cinema di questo tipo non sia un cinema per tutti. Chi entrando nel buio della sala cinematografica ricerca lo svago oppure è affascinato dalla tecnica o dalla regia esibita difficilmente riuscirà a provare interesse per un cinema come quello di Piccioni che sta agli antipodi di questo modo di fare film. Questo tipo di cinema è un cinema delle domande, teso ad interrogare lo spettatore su se stesso. È un cinema che coinvolge se si ha voglia di farsi anche un po’ male, se si ha voglia di mettersi in gioco e di uscire dalla sala cinematografica con meno certezze di quando si è entrati. E questo, al di là di tutto, è il cinema che più di ogni altro piace a me.

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