Rubrica I primi della lista: Videodrome di David Cronenberg

Videodrome

Parlare di un film come Videodrome di David Cronenberg e dire qualcosa di originale è arduo, se non impossibile. Videodrome è una pietra miliare della cinematografia mondiale e segna una delle vette del cinema di Cronenberg (anche se, a mio avviso, non raggiunge la bellezza assoluta di Crash ma, quando si parla di capolavori, è solo il gusto personale a far spostare l’ago della bilancia).

Al di là dell’innegabile perfezione tecnica del film e del consueto interesse cronenberghiano per la carne come materia e il suo quasi indissolubile legame con il sesso, quello che più mi ha colpito in occasione di questa mia ulteriore visione è stato il personaggio di Max Renn, interpretato da un sempre strepitoso James Woods.

Durante le altre visioni mi ero concentrata sul binomio carne-sesso, caratteristica precipua di quasi tutta la filmografia del regista canadese ed elemento che, personalmente, mi ha sempre affascinata ed appassionata. Stavolta, invece, mi ha colpita molto di più la figura del protagonista per l’apparente contraddizione tra il suo carattere e il lavoro che fa.

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Max Renn è il proprietario di una tv via cavo che trasmette spettacoli legati al sesso e non disdegna neppure di mostrare violenze e torture. Eppure caratterialmente appare come un uomo estremamente mite, tanto da rimanere quasi sconvolto nello scoprire le tendenze masochistiche di Nicki Brand (Deborah Harry), sensuale conduttrice radiofonica con cui intrattiene una relazione. Questo aspetto crea una sorta di cortocircuito in chi guarda, rendendo la prosecuzione della trama ancora più allucinante. La trasformazione di Renn a seguito delle allucinazioni coinvolge lo spettatore facendolo identificare perché, al pari di Max, anche lui vuole conoscere la verità e questo non gli permette di sottrarsi alla visione della pellicola allo stesso modo in cui il protagonista non riesce a staccare gli occhi dagli snuff-movie di cui è entrato in possesso, nonostante che tutto concorra a metterlo in allarme e gli suggerisca di starne lontano.

La nuova carne penetra e si fonde con quella del protagonista attraverso la mediazione dello schermo televisivo, diventando un qualcosa di indisinguibile da lui, trasformandolo non solo psicologicamente ma anche  fisicamente. Il messaggio di Cronenberg non potrebbe essere più diretto e chiaro. Eppure, proprio per come è tratteggiata la sua figura, non accettiamo che Renn subisca la punizione che gli spetta in sorte, siamo portati ad empatizzare con lui e speriamo fino in fondo che riesca a sottrarsi al condizionamento di cui è vittima. Naturalmente il finale ci dimostrerà che una volta che la mutazione è comiinciata la nuova carne non può più essere arrestata, non esiste la reversibilità e il destino tracciato non potrà altro che compiersi fino in fondo.

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Un’ultima considerazione prima di concludere. Ogni grande regista ha le sue ossessioni personali che ripete, trasformandole e camuffandole, pellicola dopo pellicola. Cronenbeg non fa eccezione. Il suo cinema, da sempre, è ossessionato dal corpo e dalle sue mutazioni, legandole sia al sesso che alla morte. Il suo modo di approcciare questo tema ha una cifra stilistica innegabile che gli permette di dare vita a trame che nelle mani di qualunque altro regista risulterebbero addirittura ridicole. Basta provare a leggere la sinossi di uno dei suoi film per rendersene conto. Eppure Cronenberg riesce a plasmare le sue ossessioni in un modo che nessun altro è in grado di riprodurre né, tantomeno, imitare. Anche perché ogni tentativo di imitazione risulterebbe quasi sicuramente ridicolo.

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