Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow

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LUI

La guerra al terrorismo dura da quattordici anni. Duranti i quali il terrorismo, invece di esser sconfitto, è stato alimentato. Una guerra piena di danni collaterali, come ci piace chiamare con estremo cinismo i morti civili non occidentali, di tifo scatenato pro o contro l’America e gli ascari al suo servizio. Tante parole, tesi, tanto allarmismo. Un bel casino, direi.

E tu procedi nel buio totale: ti fidi di qualche giornalista, vai a simpatia e antipatia, pensi che essendo nato in Occidente fai parte della civiltà. Intanto il mondo va da altre parti e per altre cause. Ti capisco, però. Tu sei abituato all'”arrivano i nostri”, credi che la democrazia e la civiltà si possano esportare e ti fidi quando ti parlano di giovani e pacifici ribelli.  Perché, poi, ti devi stupire: “Da dove diavolo salta fuori l’Isis?” Bè, chiedilo a quei simpatici ribelli che tanto sostenevi. In tutti i posti dove abbiamo voluto portare la libertà e la democrazia abbiamo combinato grossi disastri. Quale democrazia c’è ora in Libia? Te lo chiedi ogni tanto?

Kathryn Bigelow  nel 2012 porta sullo schermo un bellissimo film che parla della cattura di Bin Laden. Il cattivo numero uno, il peggior nemico per la nostra civiltà. Non possiamo negare che non sia vero. Suscita polemiche e divisioni: è propaganda! No, un capolavoro. Che dire? Non è propaganda, ma la storia di un’ossessione. Non ci sono foto con bambini biondi sorridenti, non si sente mai dire: “Dobbiamo farlo per la nostra civiltà, per i bambini” Non c’è nessun “Torniamo a casa, Johnny!”, con un John Williams “sviolinante” in sottofondo.

Zero Dark Thirty è un film crudo, che si basa sui documenti della Cia. In questo film si tortura, si ricatta, si usano mezzi per nulla umani, da parte degli americani coinvolti nella caccia a Bin Laden. In questo film si uccide un uomo approfittando del buio, non avvisando i servizi e il governo del paese che ospita costui. Sparando anche alle donne. In questo film c’è Maya, che è la quintessenza della persona ossessionata dalla sua missione. Non ha un passato, un carattere, una storia. Costei è solo una cacciatrice che sta cercando la preda e che crolla distrutta dopo aver compiuto la sua missione.

Il film mostra la vita di questi agenti: assuefatti alla tortura, impiegati delle sevizie e dei tranelli, il fine può giustificare i fini, ma il problema è che molti americani sta cosa non la comprendono. Pensando di essere innocenti, puri. “Vorrei che il mio paese la piantasse di fare il poliziotto del mondo” Così disse, tempo fa, William Friedkin. Aveva ragione.  In tutto questo spicca Maya, una straordinaria Jessica Chastain . Non puoi provare empatia per lei, non hai nessun modo di affezionarti, perché non hai nessun elemento. Lei vive solo per il suo lavoro,e se non fosse Bin Laden, ma un altro e con altra causa, lei farebbe le stesse cose. Non le interessa il suo Paese, la popolazione, l’occidente, lei lavora solo per sé stessa. Per la sua mania di esser “la figlia di puttana che ha scoperto questo posto”. Personaggio agghiacciante, che rende la pellicola un viaggio all’inferno. Nel cuore di tenebra di una donna al servizio di una nazione che confonde imperialismo e democrazia.

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Zero Dark Thirty  è uno splendido, ottimo, dramma sui nostri cupi tempi dove democrazia e rivoluzione sono termini senza senso. E noi siamo persi tra delinquenti che usano la religione e l’espansionismo imperialista. Un film apocalittico, a modo suo.

LEI

Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow è un film profondamente americano. Pare che l’abbiano detto in molti ma per motivi, a mio avviso, completamente sbagliati. Perché non c’è nessuna difesa della politica americana in questo film quanto, piuttosto, la messa in atto e l’esplicitazione di un meccanismo che è tipico dell’America nel senso più deteriore. In questo senso la protagonista Maya Lambert (Jessica Chastain) è essa stessa la personificazione della nazione per cui lavora. Proviamo ad osservala, ad analizzare la sua ossessione, quella che la spinge a portare avanti con caparbietà una missione in cui quasi nessuno crede. Dietro a tutto questo si nasconde un immenso vuoto. La Bigelow non ci fa mai vedere niente della vita di Maya, di quello che succede quando sveste i panni di agente della CIA. È come se lei, al di là della sua missione, non esistesse affatto come persona, come essere umano, come donna. A mio avviso questa della Bigelow è una scelta ben precisa e fortemente simbolica. Perché quello che Maya fa è esattamente quello che la nazione America ha sempre fatto nei confronti degli altri (di volta in volta soggetti diversi, dall’URSS alla Palestina a mille altri Paesi), ovvero investire tutte le proprie energie, legalmente ed illegalmente, per raggiungere il proprio obiettivo (la pace, la democrazia, interessi economici e quant’altro) e riempire così il vuoto esistenziale che le impedisce di vedere ciò che è, di guardare se stessa, il suo popolo e i suoi divari interni. Non dico che ci sia un’intenzionalità da parte della Bigelow nel dire questo ma, guardando il film, questa sorta di identificazione è fin troppo evidente.

Stationed in a covert base overseas, Jessica Chastain plays a member of the elite team of spies and military operatives who secretly devoted themselves to finding Osama Bin Laden in Columbia Pictures' electrifying new thriller directed by Kathryn Bigelow, ZERO DARK THIRTY.

Le efferatezze che vengono mostrate ripetutamente sullo schermo non sono affatto diverse da quelle portate avanti da altre realtà e contro le quali l’America dice di combattere (battersi contro certi popoli accusandoli di disumane torture e poi essere i primi a perpetrare le stesse identiche torture in nome di un bene superiore è quantomeno contraddittorio, oltre che schifoso). E vederle riprodotte sullo schermo, per lo spettatore, è un bel pugno nello stomaco. Tutta l’ultima parte, dal momento dell’ingresso nella casa all’assassinio di Bin Laden, è una terribile discesa agli inferi dove ogni anelito di umanità viene respinto e soffocato in virtù dell’importanza della missione da compiere. È una scena girata magistralmente proprio perché la Bigelow vuole che lo spettatore sia lì dentro insieme ai soldati, ad assistere senza poter intervenire alle terribili azioni che compiono. Ed anche qui la regista fa una scelta drammaturgica evidente perché la Chastain in questa scena, invece, non c’è. Lei resta al di fuori anche nel momento in cui si compie materialmente quello che lei ha fatto in modo che accadesse. Anche in questo caso lei è al di fuori, è un’assenza. E questo concetto è sublimato nello splendido finale nel quale la protagonista, dopo il compimento della sua missione, torna in America con un aereo tutto per lei. Il pianto finale della Chastain potrebbe essere visto come un pianto liberatorio, per sfogare la tensione accumulata e rilasciata alla fine della missione. Ma il pianto di Maya è, invece, quasi un pianto di rabbia, la consapevolezza di un nuovo vuoto da colmare in qualche modo.

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