Rubrica L’età dell’innocenza: Mi chiamo Sam di Jessie Nelson

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Immagino già quanti storceranno il naso approcciandosi ad una recensione di questo film del 2001. Sento già il coro di chi lo considera buonista, retorico, strappalacrime. Eppure, nonostante alcune di queste definizioni possano adattarsi agli aspetti meno riusciti di questa pellicola di Jessie Nelson, credo che Mi chiamo Sam possieda un grande merito: riesce a dire qualcosa di essenziale su cosa significhi essere genitori.

Sono pochi i film che hanno saputo esprimere in maniera così diretta ed inoppugnabile quello che è l’unico motivo per cui bisognerebbe fare figli e l’unica cosa, la più importante, che serve per crescerli. E questa caratteristica è, semplicemente ed inequivocabilmente, l’amore. I figli si fanno per amore e per crescerli l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è la nostra capacità di amare. Sam (Sean Penn), il protagonista di questa pellicola, lo dimostra perfettamente. E anche se Sam ha un evidente ritardo mentale che pregiudica le sue capacità intellettive lasciandolo fermo all’età di sette anni non significa che non abbia la capacità di amare che non è in nessun modo un attributo dell’intelligenza. Il film abbatte, uno per uno, tutti i pregiudizi di chi ritiene che per crescere un bambino serva qualcosa di diverso dall’amore. In questo senso è molto bella la testimonianza in aula di un medico che racconta di essere stata cresciuta dalla madre, che aveva un quoziente intellettivo molto basso, e di essere sempre stata appoggiata e spronata negli studi e nella carriera da questa donna che aveva sempre dimostrato una notevole capacità di amare.

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Nel film le criticità si manifestano quando Lucy (Dakota Fanning) compie sette anni, raggiungendo per sviluppo intellettivo il padre. A questo punto la bambina si rifiuta di crescere, comincia a regredire, a non voler più imparare. Le istituzioni scolastiche cominciano a preoccuparsi e convocano il padre che entra così in contatto con gli assistenti sociali incaricati di valutare se sia o meno un buon genitore.

Dal momento in cui entra in scena la figura dell’avvocato (interpretato da una nevrotica Michelle Pfeiffer) il film comincia a perdere di compattezza ed inizia a sfaldarsi su due piani diversi: da una parte la vicenda di Sam, che fa di tutto per riprendersi la figlia, dall’altra quello dell’avvocato, bravissima in aula ma pessima moglie e madre. Questo doppio binario, come dicevamo, mina la compattezza del film e rischia di disperderne il messaggio, deviando l’attenzione dello spettatore dalla vita privata di Sam e Lucy a quella dell’avvocato Rita. Inoltre anche l’ambientazione della seconda parte della pellicola, che si svolge quasi completamente in tribunale, non giova al film.

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E, alla fine, la domanda fondamentale sollevata dal film (vale a dire se un genitore con un ritardo mentale più o meno incisivo sia in grado di crescere una bambina) rischia di restare in secondo piano. In realtà, se guardiamo attentamente la pellicola, ci rendiamo conto che il vero problema della crescita di Lucy non è la messa in discussione delle capacità genitoriali di Sam, quanto piuttosto il fatto che ci troviamo di fronte ad una famiglia monogenitoriale. Sam non è in grado di soddisfare tutti i bisogni di crescita di Lucy allo stesso modo in cui un genitore solo non è in grado di farlo per il proprio figlio. Semplicemente perché manca il confronto e il sostegno di un’altra persona attenta anche lei ai bisogni emotivi del bambino e disposta a farsene carico.

La regia della Nelson si eleva dalla semplice funzione di raccordo delle immagini e tenta diversi virtuosismi registi, non tutti calzanti. Uno tra questi è l’uso della macchina da presa in funzione espressiva quando vuole riprendere lo smarrimento di Sam. Inutile dire che il film è sostenuto dalle grandissime interpretazioni di tutti gli attori, da Penn alla Pfeiffer fino alla piccola Dakota Fanning, eccezionale nel ruolo di Lucy.

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