Turné di Gabriele Salvatores

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LUI

Quarto film di Gabriele Salvatores, opera che fa della leggerezza e della delicatezza una forza, e non come si potrebbe pensare una debolezza, o peggio ancora: una ritrosia. Il regista milanese sa che nella vita non è tanto il melodramma o ” l’aumento dell’ottimismo” a farla da padrone, ma tutte quelle zone grige, quelle lievi sfumature, quelle malinconie dolcissime, che nel suo cinema non mancano mai.

Certo, il tema del viaggio, dell’amicizia virile, della nostalgia per un tempo che non vorremmo fosse mai passato, è sempre presente in codesta pellicola. Questa è una parte centrale del cinema di Salvatores, che si concluderà con l’Oscar a Mediterraneo. 

A questi temi si aggiunge anche una piccola riflessione sul teatro e sul lavoro di attore. Senza drammi, senza un’analisi delle dinamiche e contraddizioni del far l’attore e il teatro, ma nella sua più schietta quotidianità: la “turnè” appunto.

Il tutto rielaborando e rivedendo un classico come ” Jules e Jim”.  Il quale rimane lo spunto di base, ma è diverso lo svolgersi e le intenzioni.  Salvatores punta tutto sulla confusione, lo smarrimento dei sentimenti, del lavoro, personaggi che faticano a crescere e prender le responsabilità. A fare scelte.

Basti notare lo sfogo di Vittoria, il personaggio interpretato benissimo dalla brava Laura Morantela quale pretende di vivere una relazione sentimentale con due uomini, perché insieme formano un uomo ideale. La sua difesa sul non si può scegliere chi o come amare, è in realtà l’alibi di chi non ha mai compreso cosa sia un legame sentimentale, una relazione. E parla, sogna, di cose insensate come le coppie aperte o l’innamorarsi di due persone.

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Turné  in modo più smaccato e aperto rispetto ad altri film di Salvatores, è un bellissimo film su quel grande e fondamentale disastro che è l’amore. Declinato sia come rapporto tra un uomo e una donna, ma sopratutto come amicizia, di quelle profonde e forti, di quelle che durano una vita. Tanto che il film essenzialmente è basato su due personaggi, le loro dinamiche e contraddizioni, la difficoltà che sorgono quando noi siamo legati a una vita che per forza di cose non potrà mai più tornare, e quindi: i ricordi, “ma come erano belli i nostri anni”, il voler fermare il tempo a una sorta di dolce irresponsabilità. Tipica dei grandi sogni.

Diego Abbantantuono Fabrizio Bentivoglio, sono memorabili in questo film. Così veri, sinceri, umanissimi nelle loro debolezze ed esaltazioni, così naturali nel portare sulla scena due personaggi, da non farti più capire che stai vedendo un film. Tanto reali che hai quasi voglia di abbracciarli, confortarli, far capire a loro l’assurdità dei loro comportamenti e sbagli. Dario che non ha il coraggio di dire all’amico della sua relazione con l’ex di costui, Federico che si lascia andare, va alla deriva, perché non accetta che una relazione possa finire. In mezzo il lavoro: per uno è diventata una professione come tante altre. Fa tv, aspetta l’occasione di svoltare lavorando in un orrendo film americano, per l’altro qualcosa che non è un lavoro, ma una necessità. E stando malissimo, una cosa che si può anche perdere.

Accompagnato dalla bellissima colonna sonora “bluesy” del mai fin troppo compianto Roberto Ciotti, musica che è protagonista assoluta del film,  Turné  rimane opera di grande tenerezza, malinconia, empatia. Rimane Vita pulsante e commovente. 

LEI

Da sempre considero Gabriele Salvatores uno dei registi più versatili della nostra cinematografia. Basta scorrere la sua filmografia per accorgersi che ha girato praticamente tutti i generi di film. E basta guardarne qualcuno per capire che, anche i meno riusciti, hanno sempre e comunque qualcosa da dire.

Devo ammettere che Turné mi mancava. Fino alla scorsa settimana ne avevo solo sentito parlare ma non lo avevo mai visto. E adesso, dopo averlo visto, mi dispiace di non averlo fatto prima. Con Turné Salvatores riesce a costruire una commedia malinconica, un on the road delicato che racconta molto bene quella che è l’amicizia maschile, un triangolo amoroso che potrebbe essere morboso ma, invece, diventa solo estremamente triste e fragile.

La cosa che mi ha colpita di più in Turné è proprio il modo con cui Salvatores mette in campo l’amicizia tra i suoi due protagonisti, Dario (Diego Abatantuono) e Federico (Fabrizio Bentivoglio). Mentre il primo vive un momento felice per il lavoro (entrambi i personaggi sono attori teatrali) e per la vita sentimentale l’altro precipita in uno stato di depressione proprio a causa della fine di una relazione di cui non si dà pace. Peccato che la ragazza in questione sia la stessa per entrambi! Sia Bentivoglio che Abatantuono amano Vittoria, il personaggio interpretato da Laura Morante, che ha lasciato Federico proprio per mettersi con Dario. Peccato che nessuno dei due abbia avuto il coraggio di dirlo all’amico.

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Come dicevo la rappresentazione dell’amicizia maschile, in cui sostegno e solidarietà possono convivere tranquillamente con la menzogna ed i sotterfugi, è descritta dal regista in maniera mirabile. Chiunque guardi il film  non può negare che Dario voglia molto bene a Federico, tanto da portarlo con lui in turnée e difenderlo davanti a tutti, anche quando appare evidente che la sua situazione psicologica non lo rende in grado di recitare e rischia di compromettere lo spettacolo. Eppure, nonostante questo forte legame, Dario pugnala l’amico alle spalle portando avanti la relazione con la donna che lui ama e non trovando il coraggio di affrontare la situazione e arrivare a parlare sinceramente all’amico. Tale incoerenza non soltanto non è mai esplicitata ma sembra proprio essere ininfluente all’interno del rapporto tra i due personaggi, tanto da apparire quasi più grave il fatto che, alla fine del film, Federico venga scelto per una parte al cinema al posto di Dario. Questo viene dipinto come un tradimento mentre il vero tradimento, in fondo, viene quasi giustificato o, perlomeno, compreso, relativizzato. E questa visione è qualcosa di molto maschile, un qualcosa legato ad un concetto di amicizia che è più vicino al passare il tempo insieme piuttosto che condividere la propria intimità con un’altra persona.

La regia di Salvatores si limita ad accompagnare i personaggi nel loro viaggio avanti ed indietro per l’Italia, osservandoli ora da lontano, ora da vicino, ma senza mai palesarsi, restando discretamente in ombra. Del resto, oltre alla bravura degli attori protagonisti, lo spettatore ha da ammirare la bellezza delle location scelte che non sono quasi mai i classici paesaggi da cartolina ma nondimeno sono luoghi molto suggestivi, quasi magici.

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