Le chiavi di casa di Gianni Amelio

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Non è facile. Si, certo puoi leggere dei libri, ascoltare le storie di chi ha vissuto la tua stessa esperienza prima di te. Ti puoi far consigliare, puoi anche pensare che tu sia in grado di farlo; il padre. Non dicono tutti che faccia parte del “natural corso degli eventi” ? Mica possiamo rimanere figli tutta la vita. A un certo punto questa responsabilità te le devi prendere. Tanto esse verranno sempre a cercarti. Pure se scappi in capo al mondo. Oh, non si fanno mai gli affari loro eh! Guarda, ti capisco, puoi anche dire cose bellissime e giustissime: “Non sono pronto, non me la sento, ma oggi che senso ha crescere e assumersi queste maledette responsabilità ?” Ripeto tu puoi dire  e fare quello che vuoi, pace! Fatto sta che ora devi salire su quel treno e conoscer il tuo figliolo. Questo ti viene chiesto Gianni. Si, si, la morte di tua moglie, certo. E poi quel ragazzino che parla tanto, troppo. Non solo lui, ma anche la malattia. Due cose che terrorizzano gli uomini: la paternità e la malattia.  Ti capisco.

Le Chiavi di Casa , è tutto questo: un uomo, interpretato con dolcezza infinita da Kim Rossi Stuart,  si scopre padre, affettuoso e impreparato, di un ragazzino affetto da una malattia invalidante tanto da un punto di vista fisico quanto da uno mentale. I due persi in Germania tenteranno di costruire un rapporto, conoscersi, volersi bene, qualora fosse possibile. Quanta fatica costa, amare un figlio disabile? Quanto sforzo per rimanere in equilibrio tra la visione personale che abbiamo del figliolo e quella più ruvida che ci impone la società, lui, la malattia?

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Gianni Amelio, prendendo spunto dal romanzo ” Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia, e rielaborandolo completamente, ci porta a riflettere su queste domande. Usando come mezzo un bellissimo film di rara e profonda commozione. Attraverso la naturalità delle situazioni, delle interpretazioni, mostrandoci uno spaccato credibili di una ricerca di amore tra padre e figlio. Ma l’amore non basta. Non cambia le cose né le persone. La malattia prende il sopravvento, anche per poco. E allora forse non ci rimane che piangere. L’ultima spiaggia per un uomo. La lucida capacità di aver sbagliato.

In tutto questo brilla per spontaneità e simpatia il giovane Andrea Rossi

 Il film è un racconto in punta di piedi, senza enfatizzare nulla che non sia necessario, che ci parla di quanto sia importante, per tutti, avere un legame solido, la fiducia e l’affetto paterno o materno, comunque l’attenzione necessaria per poter vivere decentemente. Non ci illude che un ragazzo affetto da certe problematiche, non possa risultare alquanto difficile da gestire. Il finale ce lo mostra.  Però ci offre una speranza, labile e da ricostruire ogni giorno, che potremmo sintetizzare così: Esserci.

La presenza continua del padre nella vita del figliolo e viceversa, potrà arricchire entrambi. Questa cosa vien spesso ignorata, ci nascondiamo dietro a cretinate come: ” è la qualità! Non la quantità” Ma sappiamo di dire una grande cazzata. La presenza costante, la continuità nel rapporto, potrà rendere sereni Gianni e Paolo. Non la scampagnata in Norvegia o altre cose fatte tanto per bloccarsi e godersi una felicità fittizia. Per questo reputo Le chiavi di casa un film necessario, fondamentale, da far vedere alle coppie intenzionate ad aver figli. Non il capriccio del momento, non un trofeo da mostrare, o un altro me stesso che deve amare e fare le cose che vorrei amare e fare io. Ma un essere umano, che necessità solo di una cosa: amore. E cure, attenzione, del nostro tempo.

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Cosa significa essere padre? Un figlio è di chi lo cresce o di chi lo genera? È possibile recuperare un rapporto con chi non ti ha visto crescere ma, nonostante questo, è e resta tuo padre? Queste sono alcune delle domande che si fa Gianni Amelio e che fa allo spettatore attraverso il racconto de Le chiavi di casa.

Non sono domande banali, benché non siano argomento del tutto inedito, anche se restano spesso senza risposta oppure ci hanno fornito una risposta assolutamente parziale. In più Gianni Amelio aggiunge al film un carico da novanta, vale a dire l’handicap del figlio in questione.

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Sostenuto dalla stupenda interpretazione di tutti gli attori coinvolti, Amelio ci racconta una storia che passa da momenti di dramma trattenuto a momenti di intensa commozione e non è priva neppure di una certa ironia, incarnata, soprattutto, dal personaggio di Paolo (Andrea Rossi), il giovane protagonista della pellicola, che, nonostante il suo handicap, si dimostra un ragazzino sveglio e simpaticissimo.

Quello che deve vivere Gianni (Kim Rossi Stuart) è, inizialmente, un viaggio alla scoperta di suo figlio che non ha mai conosciuto e, successivamente, un viaggio alla scoperta di se stesso, dei propri limiti, alla ricerca di una forza che, se non ce l’hai, è difficilissimo riuscire a tirare fuori. Questo viaggio, quasi tutto vissuto all’estero, dove padre e figlio si recano per un’operazione che dovrebbe correggere la postura di Paolo, si trasforma anche in un calvario, perché obbliga Kim Rossi Stuart a prendere coscienza della malattia del figlio (basti pensare che, in una delle prime scene, Gianni quasi sviene per un semplice prelievo del sangue), a capire che il suo handicap condizionerà per sempre tutta la loro vita, che ovunque andranno Paolo sarà sempre un diverso. Questa presa di coscienza viene incoraggiate e sostenuta dal personaggio interpretato da Charlotte Rampling, madre di una ragazza disabile incontrata in ospedale a Berlino. La Rampling sprona Rossi Stuart a comprendere che il figlio non è semplicemente malato ma è diverso perché non potrà mai guarire completamente, non importa quante operazioni subirà.

Man mano che padre e figlio si conoscono il loro legame si rinforza e Amelio ci mostra quanto, a volte, possa essere più adulto e consapevole il figlio, che convive con la propria condizione fina dalla nascita, del padre, che deve recuperare quindici anni di assenza e che non è affatto preparato a ciò che si trova davanti. Il rovesciamento di prospettiva arriva fino a porre Andrea Rossi nella condizione di consolare e fare forza a Kim Rossi Stuart. Il loro rapporto si trasforma così in un rapporto di dipendenza reciproca in cui i ruoli si scambiano e si completano; non siamo più di fronte ad un padre ed un figlio ma a due persone che, in nome dell’affetto che hanno scoperto provare l’uno per l’altro, si sostengono reciprocamente. Questo passaggio dal regista è descritto benissimo, con una delicatezza ed un rispetto estremi, e, proprio per questo, riesce a passare allo spettatore con forza. In questo risiede il talento registro di Amelio che sceglie di non forzare mai l’interpretazione di ciò che sta avvenendo sullo schermo ma che riesce ad accompagnare lo spettatore stando in disparte, in modo che arrivi da solo ad una conclusione a cui sarebbe stato difficilissimo farlo arrivare imponendogli un punto di vista non suo, estraneo. E questo significa essere un grande regista.

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