Rubrica L’età dell’innocenza: Essere e avere di Nicolas Philibert

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Nel 2002 questo delicato documentario francese fu un piccolo caso cinematografico. Lo ricordo ancora bene perché in molti andammo al cinema a vederlo (in anni in cui il documentario non era ancora sdoganato come genere cinematografico dignitoso al pari del cosiddetto cinema di finzione). E ricordo anche distintamente che piacque quasi a tutti. In effetti l’operazione è davvero molto riuscita e Philibert sa narrare con grazia, scegliendo un approccio lirico alla materia, un approccio in cui la realtà è fortemente stemperata da un’atmosfera quasi sospesa, intensamente bucolica, scandita dallo scorrere lento di un tempo segnato dall’alternarsi delle stagioni. Il difetto principale, dal punto di vista filmico, sta, forse, nella presenza un po’ troppo ingombrante della macchina da presa che, lungi dal farsi invisibile, accentra più di una volta lo sguardo e l’attenzione dei piccoli protagonisti della pellicola, rivelando la sua presenza e rompendo l’incanto della bellissima atmosfera creata dal regista.

Philibert sceglie di raccontare l’esperienza scolastica di un ristretto gruppo di bambini residenti in piccoli comuni rurali del Massiccio centrale francese. La scarsità di alunni ha portato alla singolare scelta di concentrare bambini di diverse età (dai quattro agli undici anni) all’interno della stessa classe. Questa scelta genera, naturalmente, delle notevoli difficoltà dal punto di vista didattico, perché riuscire a far lavorare insieme bambini con esigenze di sviluppo così distanti è un lavoro affatto facile. Il film non si incentra, però, sul metodo di insegnamento ma affronta prevalentemente il lato umano, rappresentato dal rapporto dei bambini con il maestro e da quello con i genitori, più sfumato ma comunque presente all’interno della pellicola.

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È evidente da parte di Philibert un’ esaltazione della figura del maestro protagonista, esaltazione che emerge soprattutto in una scena in cui il maestro chiede ai suoi alunni cosa vogliano fare da grandi e quasi tutti rispondono di voler fare i maestri. E ricordo come, all’epoca dell’uscita del film, anche la quasi totalità degli spettatori esaltò questa figura, sottolineandone l’estrema pazienza, la mitezza e la disponibilità. E ammetto che la cosa mi meravigliò molto perché il maestro in questione si dimostra del tutto privo di empatia, distante, con grossi limiti nell’espressione della propria affettività nei confronti degli alunni. Questo non significa che non sia bravo ad insegnare, probabilmente lo è pure (dal documentario non lo si può certo evincere, dato che i suoi metodi didattici non sono al centro della narrazione), ma è innegabile che il suo approccio manifesti una violenza (intesa come incomprensione dello stato emotivo dei suoi alunni) nei confronti dei bambini che si trovano, in alcuni casi, a fare cose che non capiscono (impossibili da capire per l’età che hanno) attraverso la minaccia della perdita di un privilegio (è il caso del piccolo Jo Jo a cui il maestro impedisce di fare ricreazione perché non ha finito di colorare un disegno). Molto spesso il maestro si pone come confidente e confessore dei suoi alunni, laddove ritiene che ci siano delle dispute da risolvere (è il caso dei due alunni più grandi che si trovano spesso a litigare a cui viene imposto di fare pace, costringendoli a confessare i motivi dell’attrito attraverso una serie di domande che, se ci pensiamo bene e riusciamo a metterci dei panni del piccolo Olivier che piange dall’inizio alla fine della scena, sanno molto di interrogatorio di polizia), e tenta sempre la strada della conciliazione senza mai comprendere cosa spinge i bambini a bisticciare ma pretendendo un appianamento dei conflitti che porta solo a negarli, invece di considerarli una normale dinamica dei rapporti tra pari.

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Queste riflessioni non vogliono portare a valutare Essere e avere in maniera negativa perché sarebbe sbagliato considerarlo un brutto film, in quanto molto riuscito nel narrare un ambiente ristretto e particolare come la montagna francese, quanto piuttosto a riflettere su come certi comportamenti, che appaiono giusti e corretti, non siano altro che il camuffamento di forme più o meno conclamate di violenza emotiva su chi non ha la possibilità di comprenderle né di difendersi. E a farne le spese sono molto spesso proprio i bambini.

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