Quella casa nel bosco di Drew Goddard

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Attenzione! Contiene spoiler

LUI

In sostanza, ne sono più che certo, il genere è come un terreno vasto e libero, dove tu sei libero di costruire la tua baracca e ad andare a caccia. Comportandoti da pirla, come un qualsiasi colone.  Però per meritarti codeste libertà, devi conoscere benissimo il territorio, le sue regole naturali che non potrai mai sovvertire del tutto, i confini che puoi superare e quelli che invece sono sacri. E devi sempre stare attento a non cader vittima delle bestie feroci, certi critici tipo io, e a non risvegliare l’ira degli Antichi dei, i nerds pucciosi. Il genere, quindi, non è facile da gestire. O ti fai intimorire e lo rispetti fin troppo, santificando ogni piccola regola, dando uno spettacolo anche decente, ma troppo “saputo”, o ti prendi il tuo cazzo di arco e frecce e vai fuori, nella tormenta. A veder cosa puoi fare.

Quella casa nel bosco appartiene alla seconda categoria. E di frecce nel suo arco ne ha tantissime. Non solo, vanno tutte direttamente in centro.

Drew Goddard  viene dalle serie tv, robe che tutti noi abbiamo visto e forse amato. Costui  ha lavorato per Buffy, Lost, fino a quando debutta al cinema come sceneggiatore scrivendo quel gioiellino che è Coverfield.

Questo è il suo film di debutto.

Quella-casa-nel-bosco-il-cast-in-una-scena-del-film

Opera geniale, innovativa, divertente, appassionata e ironica riflessione sul genere, i suoi codici e suggestivi rimandi ai padri sacri del genere horror. Anzi a uno dei suoi fondatori: Lovecraft.

Ci avete fatto caso, no? In tutti i film horror, quelli americani in particolare, c’è sempre una comitiva di giovani che va a morire morendo male malissimo in qualche casa isolata e affini. Che sia per mano di un serial killer immortale, di orde di morti viventi o altra creatura, non importa. Ci sono sempre dei modelli fissi. Archetipi, stereotipi, o forse: vittime sacrificali. Per placare qualcosa di terribile.

Così il film ci mostra dei lavoratori: scienziati, soldati, ingegneri, che da decenni portano i giovani in certi posti al fine di sacrificarli, cambiando di volta in volta le creature preposte a codesto scempio di carne e sangue, per un motivo nobilissimo: Salvare l’umanità dagli Antichi. Giganteschi e malvagi Dei.

I tipi sono: l’atleta, la ragazza di facili costumi, il buffone, lo studioso, la verginella. Che, all’occorrenza, potrebbe anche salvarsi. Forse. Capite anche voi che codesta è un’idea geniale! Sostenuta da dialoghi brillanti, personaggi ben caratterizzati, sfruttando proprio tutti gli stereotipi e lasciando che si specchino in essi.  Film di genere, quindi, ma che sperimenta un discorso altro e oltre i limiti del genere, però rimanendo “pop” fino alla fine e fino alle ossa. Meno raffinato di un Scream, ad esempio, ma ricco di suggestive trovate. E se i manichini, le figurine bidimensionali, che vediamo in tanti horror e delle quali non ce ne frega nulla, poiché il loro unico scopo è quello di morire male, per il nostro sadico divertimento, non ci stessero più? Se venissero ad urlarci la loro voglia di vivere, spezzare le catene, sopravvivere? Questo corto circuito, che dura davvero poco, non ci farebbe riflettere su qualcosa? Che ne so? Che tutti meritano di vivere? E che forse il loro spezzare le catene, il loro ribellarsi, sarà l’inizio di un nuovo e glorioso giorno? Di una nuova razza, meno subdola di quella che in parte ci circonda? Non so, ma per me codesto film è quasi definitivo e assoluto sul genere horror. E mi piace immaginare di rivederlo, mentre sgranocchio pop corn con il mio amico Chtulu.

LEI

Drew Goddard, con Quella casa nel bosco, ci regala una riflessione sul genere horror, qualcosa che, precedentemente abbiamo avuto modo di vedere in Scream di Wes Craven anche se declinato in maniera del tutto diversa. Goddard, in questo film, si diverte a giocare con lo spettatore esibendo, fin da subito, due piani narrativi che, piano piano, cominciano a fondersi fino a rivelarsi come location diverse di un unica narrazione. Lo spettatore capisce così che quello a cui sta assistendo non è un horror come tutti gli altri ma qualcosa che penetra all’origine del genere, fino a sublimarne la sua funzione catartica. L’horror diventa così un mezzo specifico per raggiungere uno scopo che esula dal semplice intrattenimento dello spettatore ma si iscrive in un piano generale che coinvolge tutta l’umanità da secoli, affondando le sue radici in un passato remoto in cui l’uomo è solo un elemento di un qualcosa che lui non può controllare ma solamente incanalare per evitare di esserne distrutto.

L’operazione di Goddard è entusiasmante proprio per questa sua volontà di riflettere sul genere girando, di fatto, un film di genere, riproponendone tutti quanti gli stilemi. Insomma siamo dalle parti del metacinema, espediente difficilissimo da governare e che richiede grande abilità in fase di sceneggiatura. E qui la sceneggiatura c’è tutta e funziona alla perfezione, mescolando ironia, splatter (tanto, tantissimo sangue! Cosa che a me piace sempre da impazzire!) e riflessioni per nulla banali sulla nostra esperienza di visione cinematografica.

Sitterson (Richard Jenkins, left), Lin (Amy Acker, center) and Hadley (Bradley Whitford, right) in THE CABIN IN THE WOODS.

Il regista si avvale oltretutto di un cast di ottimi interpreti, oltre a Chris Hemsworth, visto recentemente del bellissimo Blackhat, troviamo il cameo di Sigourney Weaver, il sempre convincente Richard Jenkins (attore raramente sfruttato rispetto alle sue possibilità interpretative) e Bradley Whitford che ci regala la morte più bella di tutto il film (il tritone!).

Per essere un esordio dietro la macchina da presa Quella casa nel bosco è un prodotto già notevolmente maturo che non nasconde una padronanza del mezzo già molto convincente. Sarebbe un vero peccato se Goddard abbandonasse la strada della regia dopo questa unica presenza perché è raro vedere uno sceneggiatore che ha una simile chiarezza visiva.

Una notazione a margine. Assolutamente interessante anche il riferimento all’horror giapponese e alla supposta rivalità con l’horror americano, sottolineando anche come ci troviamo di fronte a due immaginari molto diversi (classicamente incentrato sul soprannaturale il primo, molto più reale e sanguinoso il secondo) ma entrambi estremamente validi.

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