Face/Off di John Woo

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LUI

Diciamo la verità: non è che Woo in America abbia lasciato un segno positivo. Paragonati con i suoi film girati in Hong Kong, le pellicole hollywoodiane, paiono sbiadite copie. Non mancano le scene d’azione tipiche della scuola orientale, ma piegate alla “cafonaggine” americana.  L’unico prodotto che si collega ai vecchi fasti è proprio questa brillantissima pellicola: Face/Off.

Io sono sempre convinto che il genere sia un contenitore vuoto e che debba esser riempito da elementi, suggestioni, intenzioni altre rispetto alla bellezza dell’involucro. Proprio per la sua natura popolare, per il fatto che sia un prodotto di largo consumo, con un pubblico relativamente giovane, il fatto che oltre a una buona confezione possa dire qualcosa di interessante, la vedo come una vittoria del cinema e del suo esser un mezzo di comunicazione e comunione tra diverse persone.

Come succede, appunto, in questa meravigliosa festa per gli occhi, e non solo. Perché oltre alla consueta professionalità e capacità di saper costruire memorabili scene di azione, il film lascia passare altro: chi siamo noi? Quanto siamo padroni del nostro destino? Quanto possiamo scegliere ? Quanto siamo sicuri di esser il bene e dalla parte della ragione?

Domande nascoste, o che giungono tra una sparatoria acrobatica e l’altra. Mentre lo spettatore, con i suoi ” wow” e i suoi pop corn, si gode lo spettacolo, queste domande piano piano si insinuano in lui.

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D’altronde che sappiamo? Che John Travolta è il bravo. Gli hanno pure ucciso un figlioletto, e in questa sequenza iniziale si nota la differenza abissale tra i registi orientali e i loro colleghi yanakee e tamarri, lui è quello che ha una grande missione: difendere la nazione dal male.  Nicolas Cage, d’altro canto, è il super cattivo: terrorista, volgare, violento, amorale. Eppure, basta una brevissima sequenza, dove lui allaccia le stringhe delle scarpe al fratello, per farci comprendere come qualcosa di buono si nasconda in lui.  Pochissimo. Ma c’è.

Sarebbe quindi un film come tanti altri, se non ci fosse il colpo di genio: lo scambio di facce. Il buono indossa il volto del cattivo, per una missione speciale, e quindi diventa lui. Lo scontro tra quello che siamo e quello che appariamo diventa evidente e doloroso. Anche perché nel frattempo il male si è risvegliato e indossando la faccia del buono della situazione, ci mostra come la forza dell’ordine è tale solo se gestita da persone sensate e moralmente inattaccabili, altrimenti è solo un mezzo potente per far quel che ci pare.

Non solo: quanto è facile ingannare anche le persone che ci stanno accanto. Le quali si limiteranno a dover prender atto di certi nostri cambiamenti, ma non capiranno mai che l’uomo accanto, seppur con lo stesso volto, è un altro.

Per questo mi viene assai difficile ritenere Face/off  solo un film d’azione. Per quanto spettacolare, avvincente, entusiasmante. Basti pensare alla celeberrima scena in cui una sparatoria assai feroce viene messa in scena sulle note di Somewhere over the rainbow.  Storia del cinema, ma non è solo questo a rendere memorabile una pellicola come questa.

Sono appunto le cose impercettibili, accennate, l’amarezza di fondo che ogni tanto traspare. Un cattivo che scopre la famiglia, e certe piccole cose  e un buono che scopre i legami umani tra i cattivi. Ma sopratutto: come sia facilissimo trovarsi dall’altra parte.

LEI

Siamo così sicuri di riuscire sempre a distinguere il bene dal male? Siamo in grado di farlo anche quando il male si maschera da bene per tentare di ingannarci? E siamo così sicuri che stare ad una parte o dall’altra sia tutta una questione di scelta? Quanto valore ha l’ambiente nel quale viviamo per determinare ciò che siamo?

Queste sono solo alcune delle domande che si affollano nella mente durante la visione di Face/Off, meraviglioso film diretto dal grandissimo John Woo, che Dio l’abbia in gloria!

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Ogni volta che vedo Face/Off mi stupisco di come risulti facile riconoscere i due protagonisti in ogni momento del film indipendentemente dalla faccia che ‘indossano’. E ogni volta mi rendo conto che si riesce a farlo non solo grazie alla recitazione dei due attori ma, soprattutto, da come sono portati in scena i personaggi, da come Woo sceglie di riprenderli, da cosa sceglie di mostrarci di loro e come sceglie di farlo in ogni momento della pellicola. E questo può farlo solo un grande regista, uno che ha una padronanza totale del mezzo cinematografico, uno che sa esattamente cosa vuole dire e quali strumenti utilizzare per dirlo.

Ricordo che quando vidi Face/Off per la prima volta neppure sapevo chi fosse John Woo. So per certo che questo fu il primo suo film che vidi, quello che mi spinse a guardare tutto il resto, a divorare la sua produzione cinematografica. Per questo motivo, forse, questo è anche il suo film al quale sono più legata, quello che per me è più rappresentativo del suo stile di regia (anche se mi rendo perfettamente conto che molto più valore cinematografico hanno le pellicole che precedono il suo periodo americano).

Per me l’essenza del cinema di John Woo (che mi piace identificare con la perfetta fusione tra lirismo ed azione) è rappresentata da una scena di questa pellicola: la sparatoria vista attraverso le note di Over the Rainbow. È possibile rendere lirico, intensamente sentimentale, poetico, un momento in cui, in sostanza, stiamo assistendo ad una strage in cui stanno morendo un bel po’ di persone. La risposta è sì. Se sei John Woo. Anzi, forse solo se sei John Woo. Perché temo che chiunque altro avesse voluto girare una scena del genere avrebbe inevitabilmente fallito, forse sarebbe scaduto nel ridicolo. Invece questa scena è una di quelle da guardare e riguardare in loop più e più volte perché ti fa commuovere fino alle lacrime e perché vorresti carpirne tutti i segreti, capire come è possibile girare una cosa del genere esattamente in questo modo. Di più. Vorresti sempre avere qualcuno al tuo fianco che, nei momenti più bui, ti mette su una cuffia e ti fa ascoltare Over the Rainbow. Perché quello che succede davanti a te diventa qualcosa di completamente diverso se dentro di te Judy Garland continua a cantare. Il miracolo del cinema consiste proprio in questo: nel guidare il tuo sguardo, nel riuscire a farti vedere in modo diverso ciò che ti sei sempre ostinato a guardare in un modo solo, pensando oltretutto che fosse l’unico modo possibile di guardarlo. Invece John Woo ti dimostra che una scena d’azione molto cruenta potrebbe facilmente essere anche una danza. Adesso, forse, sembra anche banale. Ma non lo era allora. Non lo era prima che John Woo ce lo facesse vedere su uno schermo cinematografico.

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