Cloverfield di Matt Reeves

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LUI

Ci piace andar a veder film horror o di mostri perché sappiamo che è come andare allo zoo. Sì, certo, ci sono i leoni, le tigri, i coccodrilli, tante bestie feroci, ma ci sono anche le sbarre. Tra noi e loro. Esattamente come tra noi e i mostri c’è lo schermo. Sicché ci spaventiamo, sobbalziamo, ma sempre con i pop corn sotto stretto controllo. ” Tanto è solo un film!” Ma ti sei mai domandato, o spettatore, come sarebbe differente se ti trovassi dentro lo schermo?

Cloverfield  è questo. Perlomeno lo è nella sua natura di Mockumentary, genere assai disprezzato e mal tollerato da moltissimi tradizionalisti del mezzo cinematografico, ma che per me rappresenta il massimo azzardo. Come lo era , ai tempi, quella straordinaria idea rivoluzionaria del Dogma di Von Trier e company. Sai perché dico questo? Perché nella sua quasi assoluta semplicità, dove in molti penseranno: “Basta poco, che ce vo!”, codesto genere mostra le reali capacità di un regista. I grandi sopravvivono, i mediocri crollano. Lo dico in particolare ai quei due o tre lettori e lettrici che non hanno mai sopportato il genere. Prendetelo come un banco di prova e di bravura.

Grazie a questo modo di riprendere, l’ennesima storia di città attaccata da un mostro e dei tentativi di sopravvivere di alcuni cittadini, il film ci cattura e ci fa vivere non solo sulla pelle, ma nel profondo della nostra anima, tutta l’ansia, la paura, lo smarrimento, la fragilità, degli esseri umani sotto attacco.

Purtroppo le recenti notizie che ci giungono dal mondo, mettono ben in evidenzia la nostra fragilità e paura. Questa pellicola è una potentissima e perfetta metafora di questi nostri tempi di terrore e morte.

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Il ritmo impazzito, le inquadrature saltellanti, i movimenti bruschi, tutto confluisce per creare questo senso di paura opprimente, soffocante. Non hai mai un momento “ puramente cinematografico ” dove vedi il trucco, tiri un respiro di sollievo. Tutto questo riesce perché la sceneggiatura di Drew Goddard, responsabile anche della regia de Quella casa nel bosco, è solida e potente. Ci mostra personaggi normali, quotidiani, che dicono e fanno cose non molto lontano da quello che è la nostra vita: relazioni umani che non funzionano, promozioni, lasciare casa per andar a lavorare o vivere lontano, mantenere amicizie, trovarsi per caso in una festa. Non hanno grosso spessore e non sono dei geni. Sono solo persone. Descritte benissimo.

Così quando il mostro attacca la città, noi ci sentiamo coinvolti emotivamente e speriamo che i quattro protagonisti possano avere una possibilità. E che l’amore possa sopravvivere anche dopo.

Cloverfield è un film sulla nostra debolezza di fronte all’attacco che viene da fuori, sulla paura che ci prende e su come si cerca di sopravvivere ad essa, su come l’amore possa esser un motore di resistenza, ma non basta solo questo. Film amarissimo e disperato, in un certo senso diretto benissimo da Matt Reeves. Frutto della produzione di un vero genio del cinema americano come J.J. Abrams.  Mostra come il genere, in realtà possa dire tante cose su di noi e i nostri tempi. Opera che distrugge ogni distanza e ci trascina nel terrore irrazionale, nell’atavica voglia di sopravvivenza che ognuno di noi ha. E per questo opera rappresentativa nei decenni a venire della nostra fragile piccolezza occidentale.

LEI

Quando vidi Cloverfield la prima volta ne rimasi incantata. Mi piacque tantissimo da subito. Ricordo anche che fu molto criticato da più parti. A rivederlo mi rendo conto che la prima impressione fu quella corretta perché ancora oggi mi è piaciuto moltissimo.

La scelta di girare il film con lo stile del mockumentary, in questo caso, è assolutamente attinente all’idea di cinema che la pellicola vuole veicolare. Perché quello che Matt Reeves  ha voluto fare (sostenuto dalla splendida sceneggiatura di Drew Goddard che se pensate che non abbia fatto nulla guardatevi un personaggio come la Marlena di Lizzy Caplan e poi ne riparliamo) è porre lo spettatore al centro della scena, fargli provare la stessa paura dei protagonisti di fronte a qualcosa che non sanno spiegarsi ma, soprattutto, non sono in grado di controllare. Nulla di nuovo, certo. Espediente utilizzato mille volte al cinema. Eppure in questo caso l’uso del mezzo rasenta la perfezione tecnica, cosa che in casi del genere quasi mai avviene. Le riprese, pur nello stile del falso documentario, sono estremamente curate. Pur nell’agitazione delle scene che ci vengono mostrate riusciamo a seguire perfettamente tutte le immagini, sappiamo esattamente ciò che sta accadendo nel momento in cui accade, il focus è sempre sui personaggi, riusciamo a non perderli mai di vista neppure nelle scene più concitate in cui sono in mezzo ad una folla sterminata. Se pensate che fare questo utilizzando l’espediente del mockumentary e tenendo sempre costante l’illusione sia facile provate a guardarvi di seguito un po’ di pellicole del genere.  Quelle che mi vengono immediatamente in mente sono Rec di Balagueró e The Blair Witch Project di Myrick e Sanchez (chiaramente ce ne sono moltissime altre ma queste sono quelle che personalmente ho più apprezzato). In questi due casi i personaggi messi in scena sono sempre un numero molto esiguo, proprio perché così è molto più facile gestirli, tenere l’obiettivo su di loro, evitare di disperdere l’attenzione dello spettatore in immagini confuse. In Cloverfield, invece, le scene di massa sono tante. Già con la festa iniziale i ragazzi in scena sono numerosi eppure comprendiamo quasi subito e con assoluta chiarezza di quali di loro seguiremo le vicende anche successivamente. E dal momento in cui il mostro attacca Manhattan vediamo a lungo riprese di folla, scene di massa. Eppure le immagini risultano sempre centrate su ciò che il regista vuole farci vedere e a noi spettatori questo appare chiaro ed evidente. Non è né facile né banale.

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E poi ci sono i personaggi. Gente comune, a malapena tratteggiata. Di loro sappiamo solo due o tre cose, come si intrecciano i loro rapporti, ne intuiamo il carattere. Ma questo basta ed avanza per farci arrivare in fondo alla pellicola a sperare che possano ancora salvarsi, che riescano a farcela. Sai che non sarà così perché già dall’inizio ti dicono che la videocamera è stata ritrovata abbandonata ma questo non ti impedisce di sperarlo.

È evidente la volontà di realizzare un film che fosse metafora dell’11 settembre, non a caso l’ambientazione è Manhattan e non a caso vengono colpiti proprio i simboli di quella parte di America già colpita dagli attacchi terroristici. Qui vengono attaccati il ponte di Brooklyn e la statua della Libertà. Ed è impressionante, in effetti, vederne la testa scagliata in mezzo alla strada e trovarla a giacere abbandonata in più di una scena. La potenza del cinema, in fondo, si esplica anche così.

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