Segreti e bugie di Mike Leigh

segreti e bugie

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C’è un certo modo di fare cinema che ho sempre amato. Non dico che non sappia godere anche del cinema di pura immaginazione, di mondi lontani e intrepidi cavalieri. Non dico questo, ma se dovessi esprimere liberamente il mio pensiero su quale cinema mi garbi, anzi no: amo, direi sicuramente un film come questo: Segreti e bugie.

Perché con tutto il rispetto per l’industria dell’intrattenimento, della fantasia a briglie sciolte, dei valorosi guerrieri e dei muscolosi calzamagliati della Marvel, ecco, a mia umile opinione: nulla è tanto epica, possente, dolorosa, emozionante, come la vita quotidiana delle persone. Tutti noi siamo cinema e romanzi. Abbiamo i nostri dolori, le nostre gioie, viviamo storie d’amore, a volte felici e altre no, sopratutto l’essere umano vive di relazioni. Solo non è un granché, ma mettilo in relazione con altri, con la natura, con il mondo e otterrai subito una storia che vale la pena di vedere e raccontare. 

Mike Leigh crede nell’umanità. Come me.  Proprio per questo riesce a metter in scena personaggi anche sgradevoli, emarginati, pieni di terribili difetti, ma mai a renderli disumani. Mai. Vedendo codesto film non giustifichi o perdoni il male che la protagonista fa agli altri, in particolare alla figlia, ma ne vedi e tocchi tutta la sua umanità. Perché la miseria, la debolezza, la fragilità, sono cose che appartengono a tutti noi. Come rammenta nel finale, il personaggio magnifico di Maurice, interpretato da un memorabile Timothy Spall: “Tutti abbiamo un dolore, perché non condividerlo?” Noi invece preferiamo mantenere segreti e bugie che ci dividono dagli altri. La protagonista tiene nascosto a sua figlia che da qualche parte ha una sorellastra, la cognata non parla alla sorella di suo marito di un pesante problema di coppia, e così via. Tutti in silenzio, abituati a vedersi poco e male.

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Ma proprio il finale, lungo e straziante, il parlarsi in modo chiaro e feroce, unirà le persone. Che si libereranno dei loro pesi, delle loro sofferenze o forse, e non è poco, sapranno che qualcuno li ascolterà.

Non sceglie, codesto film, la strada facile di mostrare gente comunque che ci sta subito simpatica, a parte appunto Timothy Spall, ci costringe a pensare come molto spesso la gente si rovini l’esistenza per irresponsabilità, debolezza, stoltezza, rancori mai sopiti. Ci dice che è una pratica comune. Tutto questo è rappresentato nel bellissimo personaggio messo in scena da Brenda Blethyn, un personaggio difficilissimo da saper rendere sullo schermo, così profondamente simbolico circa la solitudine cattiva e l’incapacità di mettersi in relazione con gli altri se non per trovare uno scontro. Il tutto dettato dalla pochissima autostima, da un non accettarsi e volersi bene.

Molti film ci saziano e ne rammentiamo il buon gusto, con piacere, ed è una cosa giusta. Ma altri entrano a far parte della tua vita. Li senti, li vivi, li ami. Ecco, con Segreti e bugie succede questo. C’è la vita, c’è la voglia di sostenere i personaggi, di averli come amici o parenti, c’è quella grande e splendida commedia che è : l’essere umano.

E in questo mondo che tende a dimenticare l’esser umano, per lasciar spazio all’insensibilità egocentrica dell’individuo, un film che ci rammenta quanto siano fondamentali gli altri, proprio perché la vita è assai difficile e dolorosa, andrebbe lodato e apprezzato come un evento che supera la mera pellicola. Per questo amo codesta pellicola. Per questo adoro il personaggio di Maurice

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Ognuno di noi nasconde un dolore. Dovremmo condividerlo con gli altri.

Su questo presupposto Mike Leigh costruisce quello che, forse, resta ancora oggi il suo film migliore.

Il regista britannico mette in scena una serie di personaggi imperfetti, rancorosi, irrisolti; ognuno di loro incapace di trovare una propria dimensione di felicità o, quantomeno, di serenità. Trascorrono vite che finiscono per non appartenergli mai. Evitano di fare proprio quell’unica azione che potrebbe dar loro un minimo di sollievo. E si fanno consumare da rancori e dolori che scavano dentro ferite che non si rimargineranno più.

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Non che le loro vite siano prive di tragedie reali (gravidanze indesiderate, adolescenze passate a cambiare pannolini alla nipote, impossibilità di avere figli, madri che non possono comprenderti e così via) ma queste tragedie sono amplificate dall’incapacità di affrontarle, di farsene una ragione, dall’assenza di tentativi per superarle, dal senso di resa con cui vengono percepite.

In questo fragile e doloroso equilibrio si innesta l’arrivo di una persona che  farà da detonatore e cassa di risonanza per portare alla luce tutti i segreti e le bugie nascosti per anni dai protagonisti.

Mike Leigh è bravissimo nella descrizione del dolore, nel rappresentare una fragilità che non riesce mai a trasformarsi in forza. Leigh ama, in maniera evidente, i propri personaggi e tutta la loro imperfezione. Ha una leggerezza di sguardo che è rarissimo trovare nel cinema contemporaneo. Non c’è mai giudizio nella sua narrazione ma sempre attenta e reale compassione. Si finisce per amarli quei personaggi, perché, nonostante le loro imperfezioni, Leigh ti rende impossibile odiarli. Ti costringe a confrontarti con loro anche quando li prenderesti a pugni in faccia e ti impedisce di distaccarti, di allontanarti e, di conseguenza, di giudicarli. Finisci per voler abbracciare chi, nella vita reale, ti verrebbe da picchiare. E Leigh riesce a fare questo grazie ad uno sguardo che è solamente empatico. Perché le sofferenze che ognuno di loro si porta dietro non riesci ad ignorarle né a considerarle poca cosa. Persino il personaggio della cognata, odioso quasi dall’inizio alla fine, si frantuma quando ti viene rivelato che non può avere figli e che il più grande desiderio della sua vita non si realizzerà mai.

Una menzione particolare va agli interpreti, tutti perfetti nel ruolo che ricoprono. Certo una spanna sopra gli altri stanno Brenda Blethyn e Timothy Spall, ma più per la bellezza assoluta e la centralità del ruolo loro affidato che altro.

Perfetta è anche l’ambientazione in una Londra in cui convivono benessere e povertà, in cui c’è chi non può permettersi un idraulico per riparare una perdita sul soffitto accanto a chi può permettersi di non lavorare e di trascorrere il suo tempo a decorare una casa bella e vuota perché nessuno ci ha mai messo piede. Le differenze di classe diventano distanza affettiva ma non sono mai né una scusa né un alibi. Leigh ci dice chiaramente che il benessere non è sinonimo di felicità così come l’indigenza non può diventare un alibi per l’infelicità. In entrambi i casi è necessario agire per non subire la propria vita ma viverla pienamente per quello che può offrirci.

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