Rubrica Berlinguer ti voglio bene: La classe operaia va in paradiso di Elio Petri

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Ieri era il Primo Maggio, festa dei lavoratori. Una festa importante, forse, insieme al 25 aprile, la più importante. Il lavoratore è la spina dorsale della società. Un uomo, una donna, che dedicano la loro vita allo sviluppo della società e della sua economia, dovrebbero esser festeggiati come si deve. Un tempo c’era la legge 300 ora abbiamo il job act. Non è la stessa cosa  Si, perché te lo dicono in inglese, ma alla fine è un calcio in culo alle classi meno abbienti. Te ora ti becchi un qualsiasi lavoro, ché c’è la crisi, lavori poco, male, sei frustrato. In tv però ti parlano del povero imprenditore, del povero pirla che ha la sua “fabricchetta” e giù a leccar il culo a questi. Santo subito il tuo padrone, ma subito! Te invece vivi di lavori precari, e la fabbrica? Eh, la fabbrica! Mica si sta bene, in fabbrica. L’operaio si ubriaca di sogni xenofobi, reazionari, ed ha solo la sua fatica. Ecco quella, e la retorica su di essa, il padrone e il capitale non gliela portano via. Come sono buoni, pensa te!

Il cinema, spesso, ha parlato di lavoro e di lavoratori. Un tempo, poi, c’erano grandi partiti, organizzazioni, c’era gente che lottava. Ecco di quel periodo La classe operaia va in paradiso, è il punto più alto. Almeno in termini di purissima riflessione socio-politica. Opera potentissima, che mostra e filma non tanto un lavoro, non tanto gli operai e la fabbrica, ma l’alienazione del lavorare sotto i ritmi del capitalismo. Qui non siamo dalle parti di certi film romantici, di slogan urlati, utopie “ultrarivoluzionarie”, no: il film è rigoroso, disturbante, per nulla consolatorio. 

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Elio Petri non gira un documentario. Fa cinema ed ad altissimi livelli. La fabbrica è un luogo di rumore, paranoia, inquietante. Gli operai che entrano lì dentro, sembrano dei prigionieri in fila. Passano indifferenti tra le urla degli extraparlamentari spontaneisti, che giocano con la rivoluzione e la vita dei proletari e i sindacati ossessionati da un’unità che non ci sarà mai e che avvantaggerà solo il padrone. Lo sguardo è dunque duro, amaro, e su tutti regna un’atmosfera plumbea, di pochissima speranza. Che sia la casa o la fabbrica.

Gian Maria Volontè, ci regala un personaggio indimenticabile. L’operaio Massa, gioco di parole che allude a un preciso ragionamento politico. Stakanovista, “cottimista”, vive per la fabbrica e il lavoro. Isolato dalla classe. Un incidente gli farà capire l’importanza della lotta di classe e della coscienza di classe. Però si perderà definitivamente, non sapendo come reagire, come lottare e affidandosi a gente sbagliata.

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Ancora oggi, il film, è un’opera necessaria e fondamentale. Splendida dal punto di vista cinematografico, con quei carrelli e panoramiche capaci di creare ansia e disagio, ottimo come analisi politica delle debolezze e contraddizioni insite nella sinistra e nell’estrema sinistra. E oggi? Oggi la sconfitta delle lotte operaie, avvenuta anche attraverso le stragi di stato e il consumismo a portata di mano, ci ha portato in una società pessima. Il lavoratore Massa oggi non avrebbe nemmeno il sogno, folle e meraviglioso, di occupare il paradiso. Oggi ricostruito il mondo del lavoro, disorganizzata la figura centrale del lavoratore dipendente, pieno di piccoli e avidi imprenditori, di gente che sogna ricchezza e indipendenza, oggi non c’è nulla. Rimangono le nostre divisioni, le lotte tra cretini che solo noi a sinistra-sinistra sappiamo fare. Ci siamo evoluti, manco davanti ai cancelli andiamo: c’è facebook.  La classe proletaria, ancora oggi, è quella che fa girare il mondo. Ci sono modifiche e cambiamenti,  aumentano le contraddizioni interne, ma i lavoratori sono quelli che permettono ai parassiti capitalisti di far i soldi. Pensaci quando usi la macchina, il computer, il cellulare, quando vai a destra e manca. Non è Marchionne, non è il padroncino. Sono gli invisibili, gli sfruttati, i dannati della terra. Mentre di Ludovico Massa, non è rimasto nulla. Se non ” un pezzo, un culo. un pezzo, un culo”  

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