Rubrica Berlinguer ti voglio bene: La mia generazione di Wilma Labate

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Come raccontare una sconfitta? Nessuno ci pensa mai, ma esattamente come una grande vittoria, anche una sconfitta totale e pesante, ha bisogno di un suo stile narrativo, di memoria storica, insomma di tantissime cose. Il popolo italiano parte svantaggiato. Perchè non ama confrontarsi con la propria storia: si giustifica, si assolve, tende e minimizzare. Questo ad esempio capita quando parli di fascismo. Oppure tende a gettare tutta la colpa su una parte sola.  Prendi gli anni 70: pare che vi fossero solo le brigate rosse a creare violenza e morte, a usare le armi, a uccidere. Manca sempre la prima parte: lo stragismo della strategia della tensione. Manca il terrorismo nero, le loro bombe, i compagni ammazzati brutalmente da polizia e fascisti. La colpa non è tanto degli autori di destra, ma di un ridicolo mea culpa messo in scena dagli ex giovani ribelli, che ora pretendono di entrare dalla  porta principale e con gli applausi, da parte della peggior borghesia immobilista.

Un dramma doloroso quello della lotta amata. Che ha spezzato le vite dei famigliari delle vittime e di una generazione, convinta di esser l’avanguardia di un popolino di mentecatti parolai, lamentosi, reazionari carogne, come quello italiano. Dramma atroce che il cinema ha sempre trattato malissimo. Come anche certi saggi, certi libri pieni di azzardati complottismi. L’unico film degno di esser preso in considerazione è questa piccola opera di  Wilma LabateLa mia generazione.

Storia di Braccio, un irriducibile che sconta una lunga pena per il fatto di essersi preso una colpa non sua, al fine di salvare i compagni. Un giorno viene prelevato da un capitano dei carabinieri: lo portano a Milano, dove potrà rivedere la sua fidanzata. Dopo tanto tempo. Lungo il tragitto, il brigatista, interpretato da un eccezionale Claudio Amendola , incontrerà diverse persone che non lo comprendono. Sia tra i delinquenti comuni, che dai cittadini.  Il senso assoluto della sconfitta politica, sociale, umana, è resa benissimo. La solitudine totale di codesto uomo e della sua amata è straziante, implacabile. 

L’unico che mostra un certo interesse per l’uomo e la sua scellerata vita è proprio il capitano, ma è sincero o sta solo cercando di intrappolarlo?  Silvio Orlando  dona al suo personaggio una giusta dose di ambiguità e umanità, e in un certo senso “fa il film” nei lunghi duetti con Amendola. Sotto lo sguardo perso di un giovanissimo e “muto” Stefano Accorsi, nel ruolo di un giovane appuntato.

Che fare? Ce lo chiedeva Lenin, lo chiediamo a Braccio.  Ha senso esser irriducibile, non dire nomi, non pentirsi, quando ormai tutto è perduto? O è un gesto di riscatto, di ricominciare una nuova vita, che va vissuta, quella offerta dal capitano? Perché far soffrire anche la tua donna, toccante e commovente Francesca Neri ?

Con il tono di una commedia intimista,un piccolo film ci svela l’umano dietro gli slogan terribili e la lotta insensata. E se l’America non è un paese per vecchi, l’Italia non è un paese per rivoluzionari.

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