The Innkeepers di Ti West

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LUI

In occasione di Halloween, noi abbiamo deciso di occuparci di un genere cinematografico spesso bistrattato e non compreso, nemmeno da chi dovrebbe essere un addetto ai lavori, ma che – primo fra tutti i generi- è quello decisamente più complesso, affascinante, ricco di simbolismi e sotto testi. Quello più politico, estremo, radicale, guerrigliero, rivoluzionario: il genere horror.  Abbiamo deciso di mostrare il suo evolversi recensendo tre opere recenti, ma cariche di significati e per nulla banali, oggi con The Innkeepers  si conclude questo piccolo viaggio tra gli autori e le suggestioni del genere nella seconda parte degli anni duemila.

Ti West : una meteora? Un grande autore che si è bruciato in fretta? Non so rispondere e nemmeno mi interessa, so solo che con due pellicole è riuscito a conquistare uno spazio nel cuore di tutti gli appassionati del genere horror. Per via di una regia sottilmente elegante, per la sua capacità di costruire lentamente il terrore, la trappola  che colpisce le sue protagoniste, per il suo esser corretto e rispettoso nel metter in scena i suoi personaggi femminili. Perché evita ogni facile trucchetto, ogni consolatorio luogo comune, ed ha un forte universo personale e una precisa visione del genere e del cinema.

Prendiamo codesta storia:  Sara Paxton, interpreta il ruolo di una giovane che lavora in un albergo, il quale sta per chiudere definitivamente. Pochi clienti, tanto tempo libero che passa con il suo collega : Luke,  un personaggio a suo modo sfuggente reso benissimo da Pat Healy . I due passano il tempo, cercando di registrare la presenza di un fantasma all’interno dell’albergo. Il rapporto tra questi personaggi, il loro modo di essere, denota una netta presa di posizione lontana dallo standard del genere in questi ultimi tempi:  non macchiette, ma esseri umani. Normali, che ci rassomigliano, fragili e persino teneri o buffi. Mai carne da macello. Questo portarci a solidarizzare con essi, rende ancor più forte ed atroce lo scoppiar selvaggio del terrore.

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West è bravissimo nel metter in scena il senso di oppressione, solitudine, smarrimento, che vivono tutti i personaggi, quasi fossero prigionieri dell’albergo. Non sappiamo nulla di loro, e a parte il personaggio della Paxton, non li vediamo mai in altri ambienti. Anche quando dicono di uscire: dove vanno? Ottimo modo per costruire un senso di disagio che si insinua piano e a tradimento nello spettatore.

Opera, dunque, che sceglie e  non si lascia scegliere. Film che, come una sorta di segugio, va a caccia dei suoi spettatori, non si lascia addomesticare dall’immaginario comune sempre più conformista e legato a un pauperismo di comprensione, voglia di mettersi in gioco, fantasticare, causa anche dei passi indietro fatti in vari campi dal genere. Qui si ordina di andare oltre, impegnarsi alla visione, soffermarsi sui particolari, le percezioni, le suggestioni. Cinema adulto per persone adulte.

Il tutto finalizzato a un finale angosciante che ci rammenta come sia l’essere umano con le sue debolezze e incomprensioni di lettura degli eventi a finire vittima di sé stesso per prima e poi dei terribili segreti di un vecchio hotel

Da segnalare il gran lavoro sul sonoro e sullo spazio, che diventano, a tutti gli effetti, dei veri protagonisti di questo meraviglioso gioiello di film

LEI

The Innkeepers è una di quelle piacevoli scoperte che da sola non avresti mai fatto ma che si nutre del passaparola e che, una volta visto, ti chiedi sempre come mai continuino a distribuire horror di qualità bassissima mentre opere come questa non trovino la strada per uscire al cinema o come mai ciò accada solo dopo anni. Anche perché Ti West è uno che sa usare la macchina da presa in maniera egregia e che ha uno stile personale molto marcato ma che si inserisce in un filone horror classico, di quelli che possono essere tranquillamente dati in pasto al grande pubblico senza troppo timore (ma forse, effettivamente, senza troppi guadagni, visto anche il recente flop commerciale di Crimson Peak). Anche perché il grande pubblico, probabilmente, non sarebbe in grado di percepire la cura meticolosa con cui West riesce a rappresentare quella realtà fatta di piccole cose, di particolari quasi impercettibili eppure, se li noti, importantissimi. A Ti West piace raccontare piccole cose, una quotidianità quasi banale nella quale, improvvisamente, si inserisce l’elemento orrorifico che pure di quella realtà sembra essere parte integrante, solo che la maggior parte di noi non se ne accorge. The Innkeepers si basa molto sulla percezione, visiva e sonora soprattutto. Tutto accade intorno alla protagonista (interpretata da una deliziosa Sara Paxton) senza che lei, per la maggior parte del tempo riesca a percepirlo. Ma quando ci riesce questo orrore entra prepotentemente nella sua vita e la sconvolge.

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Credo che The Innkeepers sia uno di quei film che puoi guardare centinaia di volte e, ogni volta, notare un particolare nuovo, che la volta prima ti era sfuggito. Questo proprio perché qui sono le cose piccole che hanno importanza. molto più di quelle grandi. È quasi un horror artigianale quello di West, molto più vicino, per certi versi, a quello che Del Toro ci ha regalato in Crimson Peak, piuttosto che a Sinister di Derrickson, di cui abbiamo parlato recentemente su queste pagine. È un horror che acquista valore nei suoi momenti privi di horror. Acquista valore nelle attese, nella preparazione di ciò che accadrà più che dalle apparizioni vere e proprie. E questo West sembra saperlo molto bene perché gioca tantissimo sulla dilatazione dei tempi, tanto che a molti potrebbe sembrare fin troppo lento come film mentre è proprio in questa lentezza il suo massimo valore.

Il regista lavora tantissimo sugli ambienti che ricostruisce in maniera meticolosa rendendoli immediatamente familiari allo spettatore. Dopo pochi minuti di visione sei già dentro l’albergo; lo conosci, smetti di osservarlo ma lo abiti, anche tu presenza tra le presenze. Sai di quella porta che non si chiude bene, del punto in cui quel tappeto è scucito, di quello scalino che cigola ogni volta che lo calpesti. Lo sai anche se il regista non te lo mostra. Lo sai perché tutto quello che West sceglie di farti notare contribuisce a farti essere lì insieme ai due ragazzi della reception. Non importa se in quell’albergo non ci sei mai stato. West sa che hai visto tanti film con centinaia di alberghi più o meno simili. E da questo parte per ricostruire un immaginario che è anche tuo, di cui non hai immediata consapevolezza ma che, in fondo, ti appartiene in maniera profonda. Basta questo. E West ha vinto. Ti ha conquistata. Chapeau!

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